martedì 9 giugno 2009

Non è andata poi così male


Non è poi andata così male. Bastava guardare la faccia dei portavoce del centro destra mentre dicevano di avere vinto per capirlo. L'opposizione ha perso, ma tutta insieme ha avuto trecentomila voti in più della maggioranza, e migliori prospettive di recupero nella gran massa degli astensionisti, che sono diventati il primo partito d'Italia. Ovviamente, a condizione che sappia fare l'opposizione, su un programma condiviso e con un leader efficace.


Il risultato di queste elezioni parla soprattutto al centro sinistra, perchè il crollo del PD - quattro milioni di voti in meno rispetto alle politiche - dimostra chiaramente che quella dell'autosufficienza era una pretesa assurda e immotivata. Le tante anime del centro sinistra non possono stare dentro un unico partito, perchè ne paralizzano l'azione. Mentre una coalizione di partiti, ognuno con una identità ben definita, potrebbe essere al tempo stesso più libera di discutere e più vincolata nell'agire. Come dicevo in un post precedente, non si tratta di inventare nuove alchimie. Nel nostro paese abbiamo un modello efficiente di pubblica amministrazione nei comuni, dove il sindaco ha un forte potere personale, ma riesce a mettere d'accordo i partiti della sua coalizione senza troppo prevaricarne le loro competenze, e governa in genere per tutta la durata del suo mandato. Non si capisce - o forse si capisce fin troppo bene - perchè questo modello, basato su un sistema elettorale a doppio turno, non venga adottato anche a livello nazionale.


Imparerà il PD la lezione? A giudicare dall'andamento del dibattito post-elettorale, dalle schermaglie precongressuali tra leaders o presunti tali, dagli inquietanti ritorni sulla scena di personaggi che speravamo dimenticati per sempre come Bertinotti e Veltroni, si direbbe proprio di no. Ma non bisogna perdere la speranza. Come sempre accade nelle situazioni di grande instabilità a livello mondiale, la politica non può restare ferma, e questo vale a maggior ragione per il nostro paese, guidato da un arzillo vecchietto in piena crisi di senilità. Paradossalmente, del dorato declino di Berlusconi sembra al momento più consapevole il centro destra del centro sinistra. Non si spiegano diversamente i distinguo di Fini, il peloso sostegno della Lega, i silenzi di Tremonti, le prese di distanze di un politico accorto Lombardo nel forziere elettorale siciliano. E che dire di piccoli sgarbi come quello consumato a Torino, dove la candidata del centro destra per la provincia, la semisconosciuta Porchietto, ha fatto sapere che considerava controproducente una comparsata del premier in vista del ballottaggio di domenica?


In uno scenario di questo genere, il PD e le altre componenti del centro sinistra, da Di Pietro alla cosiddetta sinistra radicale ai verdi, dovrebbero avere il coraggio di uscire dalle piccole schermaglie quotidiane, abbandonando i tatticismi del politichese per dire in modo e chiaro e semplice al paese che cosa vogliono. Certo, correrebbero rischio di perdere qualcuno per strada. Ma potrebbero anche vincere la scommessa e recuperarne molti altri. Me, per esempio.

domenica 7 giugno 2009

L'ho fatto


L’ho fatto. Con il mio voto di ieri mi sono staccato per la prima volta in vita mia dal partito che, almeno da un punto di vista congressuale, è l’erede di quel PCI che mio nonno contribuì a fondare, e per il quale mio padre ha lavorato. Non che il PD tenga in modo particolare a questa eredità, visto che si considera una proposta politica completamente nuova in un mondo cambiato, e che i suoi leader proclamano orgogliosamente di rappresentare una feconda contaminazione di tradizioni, politiche, culture. Che il partito frutto di questa contaminazione non sia neppure  stato in grado di spiegare agli elettori dove sederà nel prossimo parlamento europeo sembra a loro del tutto irrilevante. Ma a me no, e credo che quelli come me siano tanti. Vedremo domani, a scrutini conclusi.

Oggi però vorrei spiegare la mia scelta, che per la cronaca è caduta su  Sinistra e Libertà. Lo so, il rischio che questo partito non raggiunga il quorum è alto, e se il mio voto andrà disperso, il vincitore annunciato Berlusconi  mi ringrazierà. Ma in questa fase la priorità non è la costruzione di un fragile argine alla destra, che andrà comunque avanti per la sua strada per altri quattro anni in virtù del disastroso risultato elettorale dello scorso aprile. Il problema è cercare di capire perché da allora, nonostante disoccupazione, disastri economici e terremoti, il centro sinistra all’opposizione non sia neppure stato in grado di mantenere le posizioni.

Io credo che la risposta sia tutto sommato semplice. Perché il PD, che del centro sinistra è  l’azionista di riferimento, non ha fatto e non vuole fare una vera opposizione. CI ha rinunciato innanzi tutto da un punto di vista culturale, accettando l’idea che questo mondo consumistico e globalizzato sia il migliore dei mondi possibile, sposando parole d’ordine che perfino alla destra non piacciono più come liberalismo e privatizzazioni, introiettando una idea di società non conflittuale che esiste solo nella falsa rappresentazione del pensiero unico televisivo . E  ci ha rinunciato anche dal punto di vista della tattica, perché, al di là del teatrino quotidiano delle contrapposte dichiarazioni,  si è accordato con la destra per  arrivare a una forzata semplificazione bipolare del quadro politico. Una semplificazione che oggi passa attraverso le leggi elettorali “porcata” e l’accesso privilegiato  ai mezzi di comunicazione,  e domani attraverso le cosiddette “riforme di sistema”. Che saranno, manco a dirlo, frutto di un accordo bipartisan.

Che cosa spera di ottenere il PD da questa tattica? Fino  a pochi mesi fa la risposta dei suoi  strateghi sarebbe stata immediata: i voti del centro, indispensabili per vincere. Ma dopo le elezioni americane  le loro certezze, che Zapatero non era riuscito a scalfire, sono un po’ meno granitiche. Perchè Obama ha vinto con un programma molto avanzato, capace di mobilitare strati di popolazione che in precedenza non avevano mai partecipato al voto. E adesso, proprio come Zapatero,  si sta dando da fare per realizzarlo.
E’ vero. l’Italia non è gli Stati Uniti, e neppure la Spagna con la quale peraltro condivide l’ingombrante presenza della Chiesa di papa Ratzinger. Ma il dubbio che anche nel nostro paese la conquista del consenso possa passare attraverso una proposta di vero  rinnovamento dovrebbe almeno venire.

Provo a fare qualche esempio, in ordine sparso.  Una ridefinizione dei settori che per il loro interesse strategico devono essere regolati dalla mano pubblica, come la scuola, la sanità, le telecomunicazioni, i trasporti. Una politica energetica che punti sul risparmio e le fonti rinnovabili. Un sistema dei media che rompa davvero  il duopolio esistente  e restituisca dignità culturale al servizio pubblico. Un sistema fiscale efficiente e progressivo, con pene detentive pesanti per gli evasori. Uno snellimento dei meccanismi parlamentari, con una differenziazione dei ruoli tra le due camere e l’estensione del sistema elettorale a doppio turno che dato così buona prova di sé nei comuni. Una radicale riforma degli enti locali, con l’abolizione di province e comunità montane. Una piena accettazione del principio dell’equilibrio tra i  poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Una sostanziale revisione dell’elefantiaco corpus di leggi che dovrebbe governarci e di fatto non ci governa, a cominciare da tutte quelle emanate “ad personam” dai governi Berlusconi. L’abolizione del concordato, perché lo stato torni ad essere uno stato laico, dove tutte le religioni siano ospiti gradite e non padrone di casa. Maggiori stanziamenti per la ricerca e l’innovazione. Un efficiente controllo pubblico sul sistema bancario, con particolare riguardo ai prestiti al buio che vengono concessi alle aziende private in difficoltà. Una profonda riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, con maggiori garanzie per il precariato, oggi vantaggioso soltanto per il datore di lavoro, mentre sul piano della remunerazione dovrebbe esserlo anche per il lavoratore. In politica estera, basta con le prese di distanza da una Europa che è la nostra unica garanzia di sopravvivenza in un mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio. E basta con le avventure militari in nome di una democrazia che finora non siamo stati in grado di garantire neppure in casa nostra.

L’elenco è confuso, forse contradditorio, sicuramente parziale. Ma mi sembra utile per dare un’idea di quello che pensa oggi un elettore di sinistra che non si sente rappresentato dal principale partito di opposizione, e per questo ha deciso di punirlo nell’urna.
Resta da dire che cosa questo elettore si aspetta nel prossimo futuro. Ma questo sarà oggetto del prossimo intervento, quando conosceremo i risultati del voto.