L’ho fatto. Con il mio voto di ieri mi sono staccato per la prima volta in vita mia dal partito che, almeno da un punto di vista congressuale, è l’erede di quel PCI che mio nonno contribuì a fondare, e per il quale mio padre ha lavorato. Non che il PD tenga in modo particolare a questa eredità, visto che si considera una proposta politica completamente nuova in un mondo cambiato, e che i suoi leader proclamano orgogliosamente di rappresentare una feconda contaminazione di tradizioni, politiche, culture. Che il partito frutto di questa contaminazione non sia neppure stato in grado di spiegare agli elettori dove sederà nel prossimo parlamento europeo sembra a loro del tutto irrilevante. Ma a me no, e credo che quelli come me siano tanti. Vedremo domani, a scrutini conclusi.
Oggi però vorrei spiegare la mia scelta, che per la cronaca è caduta su Sinistra e Libertà. Lo so, il rischio che questo partito non raggiunga il quorum è alto, e se il mio voto andrà disperso, il vincitore annunciato Berlusconi mi ringrazierà. Ma in questa fase la priorità non è la costruzione di un fragile argine alla destra, che andrà comunque avanti per la sua strada per altri quattro anni in virtù del disastroso risultato elettorale dello scorso aprile. Il problema è cercare di capire perché da allora, nonostante disoccupazione, disastri economici e terremoti, il centro sinistra all’opposizione non sia neppure stato in grado di mantenere le posizioni.
Io credo che la risposta sia tutto sommato semplice. Perché il PD, che del centro sinistra è l’azionista di riferimento, non ha fatto e non vuole fare una vera opposizione. CI ha rinunciato innanzi tutto da un punto di vista culturale, accettando l’idea che questo mondo consumistico e globalizzato sia il migliore dei mondi possibile, sposando parole d’ordine che perfino alla destra non piacciono più come liberalismo e privatizzazioni, introiettando una idea di società non conflittuale che esiste solo nella falsa rappresentazione del pensiero unico televisivo . E ci ha rinunciato anche dal punto di vista della tattica, perché, al di là del teatrino quotidiano delle contrapposte dichiarazioni, si è accordato con la destra per arrivare a una forzata semplificazione bipolare del quadro politico. Una semplificazione che oggi passa attraverso le leggi elettorali “porcata” e l’accesso privilegiato ai mezzi di comunicazione, e domani attraverso le cosiddette “riforme di sistema”. Che saranno, manco a dirlo, frutto di un accordo bipartisan.
Che cosa spera di ottenere il PD da questa tattica? Fino a pochi mesi fa la risposta dei suoi strateghi sarebbe stata immediata: i voti del centro, indispensabili per vincere. Ma dopo le elezioni americane le loro certezze, che Zapatero non era riuscito a scalfire, sono un po’ meno granitiche. Perchè Obama ha vinto con un programma molto avanzato, capace di mobilitare strati di popolazione che in precedenza non avevano mai partecipato al voto. E adesso, proprio come Zapatero, si sta dando da fare per realizzarlo.
E’ vero. l’Italia non è gli Stati Uniti, e neppure la Spagna con la quale peraltro condivide l’ingombrante presenza della Chiesa di papa Ratzinger. Ma il dubbio che anche nel nostro paese la conquista del consenso possa passare attraverso una proposta di vero rinnovamento dovrebbe almeno venire.
Provo a fare qualche esempio, in ordine sparso. Una ridefinizione dei settori che per il loro interesse strategico devono essere regolati dalla mano pubblica, come la scuola, la sanità, le telecomunicazioni, i trasporti. Una politica energetica che punti sul risparmio e le fonti rinnovabili. Un sistema dei media che rompa davvero il duopolio esistente e restituisca dignità culturale al servizio pubblico. Un sistema fiscale efficiente e progressivo, con pene detentive pesanti per gli evasori. Uno snellimento dei meccanismi parlamentari, con una differenziazione dei ruoli tra le due camere e l’estensione del sistema elettorale a doppio turno che dato così buona prova di sé nei comuni. Una radicale riforma degli enti locali, con l’abolizione di province e comunità montane. Una piena accettazione del principio dell’equilibrio tra i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Una sostanziale revisione dell’elefantiaco corpus di leggi che dovrebbe governarci e di fatto non ci governa, a cominciare da tutte quelle emanate “ad personam” dai governi Berlusconi. L’abolizione del concordato, perché lo stato torni ad essere uno stato laico, dove tutte le religioni siano ospiti gradite e non padrone di casa. Maggiori stanziamenti per la ricerca e l’innovazione. Un efficiente controllo pubblico sul sistema bancario, con particolare riguardo ai prestiti al buio che vengono concessi alle aziende private in difficoltà. Una profonda riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, con maggiori garanzie per il precariato, oggi vantaggioso soltanto per il datore di lavoro, mentre sul piano della remunerazione dovrebbe esserlo anche per il lavoratore. In politica estera, basta con le prese di distanza da una Europa che è la nostra unica garanzia di sopravvivenza in un mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio. E basta con le avventure militari in nome di una democrazia che finora non siamo stati in grado di garantire neppure in casa nostra.
L’elenco è confuso, forse contradditorio, sicuramente parziale. Ma mi sembra utile per dare un’idea di quello che pensa oggi un elettore di sinistra che non si sente rappresentato dal principale partito di opposizione, e per questo ha deciso di punirlo nell’urna.
Resta da dire che cosa questo elettore si aspetta nel prossimo futuro. Ma questo sarà oggetto del prossimo intervento, quando conosceremo i risultati del voto.