L’informazione italiana è malata. Per rendersene conto non servono analisi complesse, basta confrontare i nostri giornali e le nostre televisioni con quelle di altri paesi, dove esistono testate di bassissimo livello culturale, storture, omissioni e menzogne esattamente come da noi. Ma non c’è traccia di abiezioni come il pastone politico dei telegiornali, le interviste compiacenti non sono la norma, le opinioni degli esperti non vengono furbescamente utilizzate dai direttori per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, evitando assunzioni di responsabilità che potrebbero risultare sgradite ai potenti di turno.
Colpa di Berlusconi, della sua posizione dominante in campo televisivo e pubblicitario, del mai risolto conflitto di interessi? Anche, ma non solo. Perchè se l’informazione italiana è caduta così in basso da non poter più essere definita informazione, se le voci critiche sono così poche e di così scarso successo editoriale da far pensare che il paese preferisca il rumore della comunicazione pubblicitaria al rigore della notizia, la colpa è in primo luogo di chi lavora nel settore, e ha accettato la dequalificazione e l’asservimento del suo lavoro.
Faccio due esempi che non riguardano la politica, e proprio per questo sono significativi. I giornalisti sportivi, che nel dopo partita accettano di intervistare i calciatori designati dalle società. I cronisti di nera, che scrivono tutti le stesse cose, copiate dai comunicati e delle conferenza stampa delle questure. Siamo diventati portavoce, reggitori di microfono, comunicatori di messaggi che altri hanno elaborato per noi.
Dicevo queste stesse cose qualche anno fa ad alcuni autorevoli esponenti della sinistra dell’epoca, e mi rendevo conto che mi ascoltavano senza capire, perchè tutta la loro attenzione andava ai minutaggi dei telegiornali e alle dichiarazioni da mandare alle agenzie in risposta a quelle dell’avversario. Semplicemente non erano interessati alla qualità della informazione, verso la quale provavano anzi un po’ di fastidio, perchè la vedevano come una sorta di contropotere al di fuori di ogni controllo. I fatti hanno dimostrato la loro cecità, perchè è inevitabile che in un contesto di questo genere trionfino i più ricchi e potenti, quelli capaci di imporre al sistema dei media non soltanto l’agenda degli argomenti, ma anche il modo di trattarli.
Che fare allora? Un primo, ineludibile passaggio riguarda la formazione e l’accesso alla professione. Per fare il medico, l’avvocato, l’ingegnere bisogna aver seguito un percorso universitario. Per fare il giornalista basta essere parente di un giornalista, portaborse di un politico, amico di un editore. Non è detto che una laurea sia garanzia di buon giornalismo. Se non altro, però, presuppone un minimo di applicazione, la lettura di qualche libro, lo studio di una lingua straniera. E introduce nella scelta dei nuovi giornalisti un primo parziale criterio di selezione legato al merito, che, almeno nella televisione pubblica, andrebbe integrato con seri concorsi.
Il secondo passaggio è decisamente più complesso e riguarda la struttura del sistema dei media in Italia. Avremo occasione di parlarne.


