domenica 16 agosto 2009

L'informazione è malata



L’informazione italiana è malata. Per rendersene conto non servono analisi complesse, basta confrontare i nostri giornali e le nostre televisioni con quelle di altri paesi, dove esistono testate di bassissimo livello culturale, storture, omissioni e menzogne esattamente come da noi. Ma non c’è traccia di abiezioni come il pastone politico dei telegiornali, le interviste compiacenti non sono la norma, le opinioni degli esperti non vengono furbescamente utilizzate dai direttori per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, evitando assunzioni di responsabilità che potrebbero risultare sgradite ai potenti di turno.

Colpa di Berlusconi, della sua posizione dominante in campo televisivo e pubblicitario, del mai risolto conflitto di interessi? Anche, ma non solo. Perchè se l’informazione italiana è caduta così in basso da non poter più essere definita informazione, se le voci critiche sono così poche e di così scarso successo editoriale da far pensare che il paese preferisca il rumore della comunicazione pubblicitaria al rigore della notizia, la colpa è in primo luogo di chi lavora nel settore, e ha accettato la dequalificazione e l’asservimento del suo lavoro.
Faccio due esempi che non riguardano la politica, e proprio per questo sono significativi. I giornalisti sportivi, che nel dopo partita accettano di intervistare i calciatori designati dalle società. I cronisti di nera, che scrivono tutti le stesse cose, copiate dai comunicati e delle conferenza stampa delle questure. Siamo diventati portavoce, reggitori di microfono, comunicatori di messaggi che altri hanno elaborato per noi.

Dicevo queste stesse cose qualche anno fa ad alcuni autorevoli esponenti della sinistra dell’epoca, e mi rendevo conto che mi ascoltavano senza capire, perchè tutta la loro attenzione andava ai minutaggi dei telegiornali e alle dichiarazioni da mandare alle agenzie in risposta a quelle dell’avversario. Semplicemente non erano interessati alla qualità della informazione, verso la quale provavano anzi un po’ di fastidio, perchè la vedevano come una sorta di contropotere al di fuori di ogni controllo. I fatti hanno dimostrato la loro cecità, perchè è inevitabile che in un contesto di questo genere trionfino i più ricchi e potenti, quelli capaci di imporre al sistema dei media non soltanto l’agenda degli argomenti, ma anche il modo di trattarli.

Che fare allora? Un primo, ineludibile passaggio riguarda la formazione e l’accesso alla professione. Per fare il medico, l’avvocato, l’ingegnere bisogna aver seguito un percorso universitario. Per fare il giornalista basta essere parente di un giornalista, portaborse di un politico, amico di un editore. Non è detto che una laurea sia garanzia di buon giornalismo. Se non altro, però, presuppone un minimo di applicazione, la lettura di qualche libro, lo studio di una lingua straniera. E introduce nella scelta dei nuovi giornalisti un primo parziale criterio di selezione legato al merito, che, almeno nella televisione pubblica, andrebbe integrato con seri concorsi.

Il secondo passaggio è decisamente più complesso e riguarda la struttura del sistema dei media in Italia. Avremo occasione di parlarne.

domenica 2 agosto 2009

Quindici giorni in Uganda



Quindici giorni sono sicuramente pochi per capire l'Africa. Ma forse bastano per raccontare quanto l'Africa colpisca un visitatore che non si accontenti di restare nel circuito dei lodges di lusso, riservati a una clientela danarosa e per lo più bianca.


I quindici giorni in Uganda, dove Elisa e io abbiamo raggiunto nostra figlia Sara, ci hanno naturalmente portato nei grandi parchi degli elefanti, degli ippopotami e dei leoni arrampicati sugli alberi per sfuggire al caldo e alle mosche. Ma ci hanno anche fatto scoprire come vivono i contadini bakonzo nelle loro capanne di fango sui crinali del Ruwenzori, i preti cattolici neri che che educano la gente senza cercare di convertirla, i professori universitari, i taxisti, i predicatori capaci di trascinare le folle con forsennate campagne contro la promiscuità e il disordine sessuale.


Abbiamo visto città e campagne, laghi e montagne, savane e rigogliose coltivazioni di thè che nessun locale può permettersi di bere. Abbiamo visto un mondo diverso, dove nulla si può dare per scontato. L'acqua, quasi certamente inquinata. Il cibo, che per te c'e', e per il tuo vicino no. La salute, che in occidente è un diritto, mentre qui è una conquista che va difesa giorno dopo giorno, lavandosi le mani ogni volta che si può, facendo attenzione agli insetti, lottando contro l'onnipresente polvere rossa e le nuvole di smog che si alzano dai roghi dei rifiuti e dagli scappamenti dei diesel rottamati importati dal Giappone. L'istruzione, perchè in questo paese giovane, dove la vita media non arriva ai cinquanta anni per lo spaventoso tasso di mortalità infantile, le scuole sono dappertutto, pubbliche e soprattutto private, gestite dalle tante confessioni religiose che miracolosamente convivono senza conflitti. Li vedi, quei bambini vestiti con le loro semplici divise tutte uguali, mentre giocano nei cortili degli istituti, o camminano sui bordi delle strade con un quaderno stracciato in mano. Imparano a leggere e scrivere l' inglese, lingua ufficiale di un paese creato sulla carta dai conquistatori bianchi. Qualcuno di loro forse ce la farà, andrà all'università di Makerere, sulla collina di Kampala dove un tempo lontano il re dei Buganda si chinò per raccogliere un fazzoletto, dando il nome alla località. CI dicono che a Makerere non si paga. Ma le ammissioni ai corsi sono così importanti che gli elenchi degli aventi diritto stanno in prima pagina su tutti i giornali. In quei nomi c'e' la speranza di un paese.


Nella parrocchia di Ibanda che ci ha ospitato per qualche giorno padre Ciriako prega ogni volta che ci si mette a tavola. Non è un rito, il suo. E' una preghiera che anche un laico può condividere, perchè dà alle cose un valore diverso. Pollo, riso, banane stanno davanti al tuo piatto, e tu pensi che potrebbero anche non esserci. Pensi che quel pollo, quel riso, quelle banane sono più importanti di tutto quello che fino a qualche giorno prima ti aveva appassionato, indignato, coinvolto. Non so quanto queste sensazioni dureranno, quando gli agi dell'occidente riprenderanno il sopravvento. So però che in Africa ritornerò.