Oggi voglio parlarvi di un piccolo grande libro, “Le due guerre. Perchè l’Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia”. Lo ha scritto il giudice Giancarlo Caselli , con una nota introduttiva del figlio Stefano, che ne è a tutti gli effetti coautore anche se, con modestia inusuale per un giornalista, non compare in copertina. Marco Travaglio ha scritto la postfazione.
Piccolo grande libro, dicevo. Piccolo per le dimensioni, centocinquanta pagine. Per il prezzo, quindici euro. Per la casa editrice, la milanese Melampo, che ha un catalogo di qualità ma non ancora una grande distribuzione. Così forse qualche aspirante lettore avrà difficoltà a comperarlo, ed è un vero peccato. Perchè questo libro è davvero grande. Grande per quello che racconta dei due momenti più duri attraversati da questo paese nel dopoguerra: la stagione del terrorismo, che oggi, nonostante qualche sanguinoso sussulto, possiamo a buon diritto sentire lontana, e la guerra alla mafia, che continua anche se nessuno ne parla più. Caselli è stato, anzi è ancora un protagonista su entrambi i fronti. E il solo fatto che lui racconti quegli anni, gli attentati e le indagini, i processi, la vita di giudici e poliziotti, l’angoscia delle famiglie, gli attacchi dei nemici e la solidarietà degli amici, dovrebbe essere in questo nostro strano paese un avvenimento. I giornali dovrebbero parlarne, i telegiornali dovrebbero chiedergli interviste, almeno qualcuno dei tanti superpagati conduttori dovrebbe sentire il bisogno di organizzare una serata di buona televisione. Invece, silenzio. Il libro di cui si discute oggi è l’ultima fatica di Bruno Vespa, “Donne di cuori”, che ci racconta con dovizia di particolari il ruolo delle donne nei letti dei potenti della storia, compreso quello condominiale donato da Putin al nostro inesausto primo ministro.Ma torniamo al libro vero, a “Le due guerre”. Dei singoli episodi è inutile parlare qui. Basti dire che alcuni sono noti, altri meno, altri ancora, ad esempio nei rari momenti in cui Caselli indulge a parlare di sè e della sua famiglia, non sono mai stati raccontati. Mi preme invece sottolineare che la forza del libro consiste nell’averli messi insieme, ricostruendo attraverso i fatti un quadro generale agghiacciante nella sua semplicità. Non è Caselli a dire che lo stato ha sconfitto il terrorismo perchè lo ha voluto, e non ha sconfitto la mafia perchè non lo ha voluto. Sono i fatti, messi in fila uno dopo l’altro, quasi senza commenti.
Fatti, semplici fatti. Ed è qui che la mia recensione del libro di Caselli si collega a un discorso più complesso, che mi sta a cuore perchè riguarda il mondo dell’informazione in Italia. O meglio, il mondo della informazione sconfitta dalla comunicazione, dove i giornalisti hanno abdicato al loro ruolo, sono diventati passacarte e megafoni di contenuti decisi ed elaborati altrove, hanno rinunciato a ogni controllo ed esame critico. Oggi chiunque sia abbastanza forte dal punto di vista economico, politico e anche, purtroppo, criminale, è in grado di far sentire la propria voce, sovrastando quella dei meno organizzati, dei meno furbi, dei meno aggressivi. Dei più deboli, insomma. Quando i fatti scompaiono, quando l’informazione cede il passo, arriva il rumore, il vociare indistinto dove torti e ragioni si confondono, si mescolano, si ribaltano. La vicenda del processo Andreotti, di cui Caselli parla diffusamente, è emblematica. La prescrizione di un imputato riconosciuto colpevole dal tribunale, che sarebbe stata infamante per qualunque politico di un qualunque paese civile, è diventata sui giornali e sulle televisioni una assoluzione, con successiva santificazione dell’imputato. Il tempo farà giustizia, ma intanto il danno è stato fatto, le responsabilità sono state dimenticate, la verità è stata nascosta.
Accade ogni giorno, purtroppo.L’imbarbarimento è generale, e non è necessario chiamarsi Andreotti per approfittarne. Sono però convinto che l’antidoto ci sia. Si chiama ritorno ai fatti. Che non sono mai, come vorrebbero alcuni dei peggiori cultori del giornalismo della comunicazione, “oggettivi”. La semplice, legittima e necessaria operazione di inserirli in un contesto, di spiegarne la genesi e le conseguenze, di metterne in luce relazioni e motivazioni, li rende formidabili avversari del rumore che ci avvolge.
Torniamo ai fatti, prendiamo esempio dal libro di Caselli. Il tempo è galantuomo.

