"Cara Teresa, sento prepotente il bisogno di dirti qualcosa di particolare per te sola. Non sono stato mai loquace nei tuoi confronti, mai ti dissi di quanta affezione e amore io abbia per te, benchè su questo ne fossi consapevole. Ma in questi mesi di montagna e in mezzo a tanti ragazzi, in mezzo a battaglie e a tanti problemi che dovevo risolvere, la tua figura mi è sempre stata presente, e mi venivano alla mente tutto quanto tu sei stata per me, e quante pene per me hai sofferto. Mi sono guardato spesse volte d'attorno, ma non vidi mai donne che con te potessero competere per fortezza d'animo; sei sempre stata eroica in tutte le occasioni, e questo mi riempie d'orgoglio perchè tu sei la mia vera compagna. Mi sono certamente modificato, perchè sono diventato severo con me stesso, sento una responsabilità che mi indica in maniera chiara il mio lavoro futuro. Voglio fare qualcosa di buono nel mondo, ne ho ancora il tempo, e qualche capacità. Il partito ha fiducia in me, così sono sicuro da parte tua. (...) Immagino che dalle notizie della radio sarai convinta che non è più lontano il giorno della vittoria, quel giorno per me vuol dire finalmente riuniti. Ansie ve ne saranno ancora ma la certezza che sono le ultime saranno meno pungenti."Così scriveva Battista Gardoncini a sua moglie il 12 aprile del 1944, dalle valli di Lanzo dove guidava le formazioni partigiane garibaldine. In settembre fu catturato durante un rastrellamento. Il comando tedesco rifiutò tutte le offerte per uno scambio di prigionieri, e lo fece fucilare per rappresaglia in via Cibrario a Torino, insieme a otto compagni. Era il 12 ottobre 1944.
Battista era nato a Inzino Val Trompia il 10 dicembre 1895, e agli inizi del '900 si era trasferito con la famiglia a Torino, dove compì gli studi elementari, fu apprendista operaio e quindi operaio meccanico. Qui conobbe una giovane sarta, Teresa Dresco, che nel 1928 gli dette un figlio, Giuseppe.
Entrato prestissimo in contatto con il movimento socialista, subì i primi arresti. Aveva infatti aderito al partito comunista fin dalla fondazione, era stato tra i difensori delle case del popolo dalle squadre fasciste, e guardia dell'Ordine Nuovo, organo del partito.
Dopo la vittoria del fascismo continuò a essere vigilato fino al 1935, quando abbandonò la fabbrica per aprire con l'aiuto dei parenti una piccola officina, dove poteva lavorare senza troppi controlli. Ma ogni volta che un importante gerarca fascista visitava la città veniva fermato dalla polizia, e le perquisizioni - racconta Teresa - non si contavano. Un grosso cane lupo, abbaiando e ringhiando ai poliziotti, dava il tempo di far sparire scritti e documenti compromettenti.
Durante la guerra svolse un'attiva propaganda contro il fascismo, e nel dicembre del 1941 fu arrestato e deferito al tribunale speciale con l'accusa di avere, in concorso con altri antifascisti tra i quali i professori ebrei Diena e Corti, "con riproduzione e diffusione di fascicoli e libelli, con apprezzamenti e notizie false, tendenziose e allarmistiche, svolto in tempo di guerra opera atta a menomare la resistenza della nazione e a recare nocumento agli interessi nazionali". Dall'accusa fu assolto dopo sette mesi di carcere, poichè nei suoi confronti non furono trovate prove materiali. Ma era colpevole, come dimostrano i manifestini che ci sono rimasti. In uno, intitolato "Minimo comun denominatore", si paventa l'accordo tra le potenze allora belligeranti, Francia e Inghilterra da una parte, Italia e Germania dall'altra, in funzione antisovietica. "Ma questo - è scritto nel documento - appare sempre più difficile se non impossibile anche per la crescente vigilanza dei proletari di tutti i Paesi". Nel successivo "Trappola Rossa", veniva invece spiegato che le truppe tedesche all'offensiva in Unione Sovietica erano in realtà attirate dall'esercito russo in un complesso sistema difensivo, che le avrebbe annientate fino all'ultimo uomo.
Dopo la scarcerazione Battista riprese in pieno l'attività politica. Fu tra gli organizzatori degli scioperi torinesi del 1943, collaborò alla stesura, alla stampa e alla diffusione del giornale "Il grido di Spartaco". La sua casa e l'officina divennero centri di propaganda e di organizzazione. Il tempo per la famiglia era poco. Ecco che cosa scrive al figlio il 16 giugno del 1943: " Caro Giuseppe, ti raccomando di leggere e ripassare i libri di scuola, ti devi abituare ad avere volontà poichè capacità hai dimostrato di possederne. Molto tempo ti rimane per gli svaghi e non devi avere timore di arrivare in ritardo per gli amori. Pensa a tuo padre che a 48 anni può ancora preoccupare la mamma. Dove realmente corri rischio di ritardo è nello studio, ecco perchè è indispensabile il continuo esercizio sugli studi particolari e di cultura generale, la quale ti renderà facili le lezioni dei tuoi professori e ti abitueranno a coltivare molteplici attività senza risentirne fatica, anzi ottenendo un vero godimento. (...) Con la mamma devi essere obbedientissimo e devi pensare ai momenti non felici che attraversiamo, ed il loro soggettivismo ti é noto, e perciò la necessità di una condotta oggettiva da parte tua non solo colla mamma, ma anche colla zia e cugini e nonno.
Era, quello dello studio, un chiodo fisso per lui, che negli anni si era costruito una vasta cultura di autodidatta, e aveva da solo imparato a suonare il pianoforte. Ci è rimasta la sua biblioteca: edizioni economiche dei classici, l'ottocento italiano e francese, astronomia, geografia, scienze naturali, libretti d'opera. Molti dei volumi portano stampigliato il visto della censura carceraria.
Ma era ormai giunto il tempo dell'azione. L'8 settembre Battista partecipò alle trattative con l'esitante generale Adami Rossi, comandante della piazza di Torino, per organizzare la difesa della città. Chiese e ottenne un po' di armi, che furono nascoste. All'arrivo dei tedeschi, ricercato dalla Gestapo, riuscì a fuggire passando per i tetti e cercò rifugio a Mezzenile, in val di Lanzo, dove entrò in contatto con alcuni sbandati e si dedicò alla organizzazione delle prime formazioni partigiane.
Tedeschi e fascisti lo conoscevano bene, e non sentì neppure il bisogno di scegliersi un nome di battaglia. In breve tempo, grazie all'esperienza maturata nella sua vita di combattente antifascista e ai solidi legami con l'organizzazione clandestina comunista, divenne il comandante amato e rispettato della II divisione Garibaldi Valli di Lanzo. Così Antonio Giolitti ricorda il momento in cui nel maggio del 1944 raggiunse la divisione per assumervi l'incarico di commissario politico: "Non udivo che un nome: Battista. Bisogna chiedere a Battista; Deve venire Battista. Questo lo sa Battista. L'ha detto Battista. Egli era veramente l'anima e il cervello del movimento partigiano in quelle valli. Non si sentiva il vertice di una gerarchia di comandi: si sentiva il più responsabile tra i cento e mille suoi compagni partigiani che conosceva e amava uno per uno, si sentiva parte inseparabile di ogni singolo distaccamento..."
Sull'attività dei partigiani nelle valli di Lanzo esistono numerosi studi e testimonianze. Non sono mancati episodi eroici e tradimenti, dure battaglie e vere e proprie beffe al nemico, come quando dal centro ricerche di San Francesco al Campo furono rubati alcuni cannoni, trasportati in ferrovia fino a Ceres. Ma il momento forse più alto, che gli anziani delle valli ancora ricordano, è costituito dall'estate del 1944. Nel giugno, dopo aspri combattimenti, i garibaldini riuscirono infatti a respingere tedeschi e fascisti dalla maggior parte dei comuni delle vallate, e a prenderne il controllo. Scrisse il bollettino straordinario delle brigate garibaldine: "le valli di Lanzo fanno già parte dell'Italia liberata. (...) Ma queste valli non sono liberate per opera dei garibaldini, è tutta la popolazione che ha contribuito alla lotta contro l'invasore, con la sua solidarietà e versando il suo contributo di sangue: non basta dunque combattere, bisogna creare gli organismi del potere popolare, bisogna dimostrare ai fratelli italiani e agli alleati che la popolazione delle valli, dopo venti anni di fascismo, non ha perduto il senso della libertà, non ha perduto la capacità di governarsi democraticamente".
Furono nominati commissari civili, che dovettero affrontare subito l'emergenza dei rifornimenti, bloccati in pianura dal nemico. Si costituirono giunte amministrate da civili, si calmierarono i prezzi dei generi di prima necessità, si riscossero le tasse, si istituirono tribunali, si stamparono giornali come "Scarpe rotte". Sui treni della Torino Ceres, a Pessinetto, saliva la polizia partigiana per controllare i documenti dei viaggiatori. Nonostante le difficoltà e gli inevitabili errori, in quei mesi le valli di Lanzo furono - come scrisse lo studente partigiano Piero Carmagnola - "un piccolo stato indipendente nell'Italia invasa dal tedesco." Uno stato al quale Battista, infaticabile, dette un contributo importante, parlando con la popolazione, spiegando, convincendo gli esitanti, ai quali assicurava che il giorno della insurrezione non era lontano. "Sabato - diceva sempre - saremo a Torino".
Non poteva durare e non durò. A settembre la controffensiva di tedeschi e fascisti fu violentissima, e nei rastrellamenti Battista fu catturato nei pressi di Balme insieme a uno dei suoi ufficiali, Pino Casana. In tasca aveva un pezzo di pane e una pistola scarica. Su un foglio strappato chissà come da un calendario scrisse a Teresa: "Sono a Ciriè al comando tedesco prigioniero. Mandami soldi e indumenti. Sto bene e state tranquilli tutti. Se sono ancora vivo devo dire grazie al comando germanico, dove sono stato trattato bene. Bacioni Battista. "
Sapeva di essere condannato. E a Teresa, che proprio a Ciriè l'incontro' per l'ultima volta, chiese di far sapere ai compagni che aveva fatto tutto il suo dovere. "Se anche dovrò morire - disse - morirò con dignità".
L'ultima speranza era riposta in uno scambio di prigionieri. Ma il colonnello Schmidt, comandante della piazza torinese, rifiutò l'offerta di 120 uomini, tra i quali anche alcuni ufficiali tedeschi. "Se Battista libero - disse Schmidt a Teresa che era riuscita ad ottenere un colloquio - garibaldini tornare presto in valle di Lanzo".
Da Ciriè Battista fu trasferito alle carceri Nuove di Torino. Prelevato una prima volta per essere fucilato a Venaria, venne risparmiato perchè i tedeschi trovarono sul posto altre vittime da sacrificare. Il 12 ottobre non ci fu rinvio. Con Pino e altri otto fu fucilato come rappresaglia per il ferimento fortuito di alcuni militari tedeschi, a causa dallo scoppio di una bomba a mano mentre gozzovigliavano nel vicino albergo Tre Re. Su "La Stampa" la notizia venne data così: "Lo scoppio di un ordigno ferisce dieci soldati germanici. Reazione di giustizia: due feroci comunisti e sette fuorilegge delle Valli di Lanzo fucilati. Il comando tedesco ha ordinato la fucilazione di nove terroristi catturati in possesso di armi, fra cui i due capibanda comunisti Giovanni Gardoncini e Giuseppe Casana, tristemente conosciuti sotto l'appellativo il primo di Battista, e l'altro di Pino, che per molti mesi hanno esercitato ogni sorta di violenze, rapine e assassini contro la popolazione dei dintorni di Torino. "
In città l'impressione per la loro morte fu immensa, e imponenti furono i funerali , malgrado l'occupazione tedesca e il terrore fascista.
Quello che avevano seminato, comunque, non andò perso. I garibaldini tornarono nelle valli di Lanzo come formazioni organizzate, superarono un inverno difficilissimo, si coordinarono in un comando di zona con le formazioni canavesane di altro orientamento politico. Alla vigilia della liberazione erano duemilaquattrocento gli uomini armati pronti a scendere a valle. E molti di loro portavano nel cuore gli insegnamenti di Battista. Gianni Dolino, nel decennale della fucilazione, li ricorda così:
Mi avevi detto che sarebbe cambiato
il Paese
dopo il gran giorno dell'insurrezione.
Così dicevi sempre Battista
e ti credevo, anche mangiando
riso senza sale.
E il giorno finale era di Sabato.
Un sabato lungo due anni,
irto di capestri, fitto di fosse mute
dal ghiacciaio di Arnas giù fino al Po:
la nostra settimana di passione
fu bella per il Sabato.
Era, quel giorno, il senso della festa
sui tumuli, sugli urli di dolore, sulle tane
di fame: era più festa
che un suono di campane.
Ma tu cadesti il Venerdì
Battista
e il Sabato fu amaro forse quanto
la pietra grigia di quel marciapiede.
Forse non credi, ma rimpiango il riso
bollito senza sale e poco e vecchio.
Ma siamo in molti
seduti qui con te sul marciapiede
a sentire il tuo cuore d'uomo
battere per l'umanità.
Noi vogliamo sentire
come ci insegnasti: milioni di cuore pulsare
il sangue della speranza
milioni di voci cantare la vita
milioni di vite sorridere alla terra
milioni di mani battere come ali
bianche
a salutare il domani che nasce
per loro.


Non ci sono parole per commentare questa storia straordinaria di ordinario eroismo. Solo grazie, a battista e agli altri che ci hanno regalato il privilegio di vivere e crescere in un'Italia democratica. E ci hanno lasciato un dovere: di continuare a combattere per difendere la libertà. Ora più che mai...
RispondiEliminaUna storia dura e commovente per una figura mitica della Resistenza nelle Valli di Lanzo.Certamente un esempio per quelli che continuarono a lottare su quelle montagne. Tra essi anche un mio prozio, che troverà la morte a pochi giorni dalla Liberazione.Su quei monti, che dalla guerra ebbero solo morti e distruzioni,queste testimonianze possono far riflettere.Nei paesi che videro le peggiori sofferenze, oggi spopolati e inariditi, l'integrità di Gardoncini può ancora insegnare qualcosa.
RispondiEliminaGianni Castagneri - Balme (TO)
Ho pianto leggendo le ultime righe.
RispondiEliminaGrazie Battista per la tua bellissima storia, la gente spesso e volentieri non ricorda più le cause e le gesta grazie alle quali siamo quello che siamo...
Ho 22 anni e ho paura di quello che potrebbe diventare la nostra generazione.. Ma ho più paura di quello che potrebbe non diventare: una popolazione cosciente, pensante, che lotta per la libertà e antifascista...
E forse piango perchè non ci sono più tante persone che piangerebbero leggendo quello che hai scritto..
Grazie ancora e onore al fu Battista Gardoncini!
Grazie Battista per averci fatto conoscere questa storia davvero molto profonda ed educativa.
RispondiEliminaSuggerirei di riprenderla nelle scuole in occasione del prossimo 25 aprile, perchè la memoria deve essere tenuta viva!
Andrea Clavarino
Su di giorno, giu di notte, tanto ci guidano le stelle.
RispondiEliminaa Battista comandante la 2° Divisione Garibaldi Piemonte
e a tutti i suoi ragazzi, giovani... liberi... ribelli.
Buongiorno, capito per caso su questo blog. Tempo fa ho ereditato dei fucili da mio nonno che poi ho venduto. Tutti tranne uno, che ho tenuto perchè molto bello.
RispondiEliminaHa un incisione molto particolare: costruito da G.B. Gardoncini, Gardone Val Trompia a inizio '900. E' un onore sapere chi era la persona che l'ha realizzato.
mostak@inwind.it