Che qualcuno a sinistra sia riuscito ad accusare di revisionismo il regista Giorgio Diritti per “L’uomo che verrà” è una ulteriore dimostrazione di quanto la sinistra di questo paese abbia perso la bussola, e che la sua storica tendenza ad affidare gli incarichi di rappresentenza a imbecilli “fedeli alla linea” sia diventata, in assenza di linea, davvero pericolosa.
“L’uomo che verrà” racconta la strage di Marzabotto attraverso la storia di una delle famiglie massacrate. Nonni, genitori, figli, parenti ed amici vengono seguiti per quasi un anno nella loro vita quotidiana di mezzadri poveri, tenacemente attaccati alla terra. Intorno, sotto gli occhi di una bambina che tace da quando ha assistito alla morte di un fratellino in fasce, le violenze della guerra. Tedeschi, fascisti, partigiani.
Non sono piaciuti ai critici questi partigiani giovanissimi, refrattari alla disciplina, capaci di uccidere a sangue freddo e di pavoneggiarsi a cavallo davanti agli abitanti della borgata. Combattono perché non possono non combattere chi calpesta la loro terra, entra armato nelle loro case, guarda le loro donne. Rifiutano la politica, perché le cose della politica sono troppo complicate e lontane. Ma sono istintivamente schierati dall’unica parte possibile in quelle drammatiche circostanze, anche quando si rendono conto che la loro presenza è un pericolo per le famiglie, anche quando il cibo è poco e non basta per tutti.
I sopravvissuti della Resistenza lo sanno, che le cose sono andate quasi sempre così. Che la piena consapevolezza politica era patrimonio di pochi, per lo più anziani e provenienti dall’antifascismo militante. E gli studiosi seri riconoscono la grandezza di quei giovanissimi e dei contadini che nonostante tutto li hanno sostenuti: non eroi senza macchia, come vuole l’agiografia, ma persone comuni che hanno saputo dare il meglio di sé quando la violenza della guerra le ha strappate, loro malgrado, dalla vita di sempre. Gli altri, i sacerdoti di una Resistenza mitizzata e proprio per questo tradita, non trovano di meglio che indignarsi.
Il grande merito di Giorgio Diritti è di aver capito che soltanto partendo da quelle vite apparentemente senza storia sarebbe stato possibile raccontare Marzabotto per quello che è stato davvero. Il suo è un racconto delicato e potente, che si avvale di una accurata ricostruzione storica, di attori efficacissimi anche nell’uso di un dialetto opportunamente sottotitolato, di una splendida fotografia. Fa star male, e fa pensare. A Marzabotto, al Vietnam, all’Iraq, all’Afghanistan, agli infiniti altri luoghi del mondo dove oggi si combatte.











