Non sono un maniaco del calcio, e devo ammettere che ne capisco poco: a inizio campionato ero convinto che il mio amato Torino sarebbe tornato in serie A con dieci punti di vantaggio sulla seconda. Ma una partita ogni tanto mi diverte. E da quando il portoghese Josè Mourinho allena l’Inter mi divertono pure le polemiche del dopo partita. Perchè il Mou non si lascia scappare l’occasione di dire quello che pensa, e questo, in un mondo popolato da semianalfabeti, ipocriti e lestofanti assortiti, è davvero straordinario. Aria buona in una stanza dove l’odore dei soldi non riesce a nascondere la puzza del peggio che questo paese riesce ad esprimere.
Da anni ormai le cronache del calcio raccontano di arbitri comperati, partite vendute, evasioni fiscali, bilanci truccati, commistioni con la politica, le banche e la malavita organizzata. Tutti sapevano e sanno, nessuno parla. Ogni tanto la magistratura scoperchia la pentola, qualcuno viene retrocesso, qualche altro fallisce. Ma il sistema non cambia.
Poi è arrivato lui, il portoghese colto, che in poche settimane ha imparato l’italiano perché non gli andava l’idea di aver bisogno di un interprete con i giocatori e soprattutto con i giornalisti. E da allora ha parlato. Accidenti se ha parlato, con quella onestà intellettuale che considera una bandiera e ha contrapposto, in una memorabile conferenza stampa, alla “prostituzione intellettuale” del mondo del calcio. Per batterci devono farci giocare in sei - ha detto subito dopo il pareggio tra l’Inter e la Sampdoria, segnato dall’espulsione quantomeno dubbia di due giocatori nerazzurri. Un concetto che aveva già espresso dopo il derby con il Milan, vinto nonostante un uomo in meno per un’altra espulsione. E’ spiritoso, il Mou. Dopo una vittoria della Juventus per un rigore graziosamente concesso dopo un fallo fuori area, ha spiegato che i bianconeri sono l’unica squadra d’Italia che gioca con un’area di venticinque metri. E anche un po’ altezzoso. Tempo fa ha invitato un giornalista, che lo attaccava per la formazione mandata in campo, a metterne giù una lui prima della partita, invece di criticarla dopo. Quando quello gli ha risposto che lo avrebbe fatto se gli avesse dato una parte dei suoi nove milioni di ingaggio, gli ha fatto notare che i milioni erano undici, e arrivavano a quattordici con gli sponsor. Forse non elegantissimo, ma efficace, soprattutto se lo confrontiamo con i suoi colleghi, che dopo ogni partita si sottopongono annoiati al fuoco di fila delle domande di perfetti incompetenti, innamorati del microfono e accecati dal tifo. Si vede che la pensano esattamente come lui, ma che per quieto vivere preferiscono abbozzare. Lo spettacolo deve andare avanti, meglio non farsi troppi nemici.
Mourinho, invece, di nemici ne ha tanti. I tribunali sportivi lo multano una domenica sì e l’altra anche, con motivazioni che vanno dalle frasi ingiuriose ai giudizi lesivi della reputazione di arbitri e istituzioni. Gli altri allenatori lo detestano. I calciatori, che da piccoli insieme ai dribbling e agli stop hanno imparato l’arte del tacere, si ritrovano completamente spiazzati quando critica i loro comportamenti dentro e fuori dal campo. I giornalisti lo odiano almeno quanto lui li disprezza. Su Facebook esiste un gruppo che chiede di cacciarlo dal campionato italiano.
Purtroppo per loro, Mourinho è anche bravo. Molto bravo. Ha trasformato l’Inter, che era una fragile squadra di campioni individualisti, in una macchina da guerra piena di voglia di vincere. E ha vinto, come aveva già fatto in passato con il Porto e con il Chelsea. Dovranno sopportarlo ancora per un po’, fino a quando deciderà di togliere a loro il disturbo e a me il divertimento.



