domenica 21 febbraio 2010

Il grande Mourinho


Non sono un maniaco del calcio, e devo ammettere che ne capisco poco:  a inizio campionato ero convinto che il mio amato Torino sarebbe tornato in serie A con dieci punti di vantaggio sulla seconda. Ma una partita ogni tanto mi diverte. E da quando il portoghese Josè Mourinho allena l’Inter mi divertono pure le polemiche del dopo partita. Perchè il Mou non si lascia scappare l’occasione di dire quello che pensa, e questo, in un mondo popolato da semianalfabeti, ipocriti e lestofanti assortiti, è davvero straordinario. Aria buona in una stanza dove l’odore dei soldi non riesce a nascondere la puzza del peggio che questo paese riesce ad esprimere.
Da anni ormai le cronache del calcio raccontano di arbitri comperati, partite vendute, evasioni fiscali, bilanci truccati, commistioni con la politica, le banche e la malavita organizzata. Tutti sapevano e sanno, nessuno parla. Ogni tanto la magistratura scoperchia la pentola, qualcuno viene retrocesso, qualche altro fallisce. Ma il sistema non cambia. 
Poi è arrivato lui, il portoghese colto, che in poche settimane ha imparato l’italiano perché non gli andava l’idea di aver bisogno di un interprete con i giocatori e soprattutto con i giornalisti. E da allora ha parlato. Accidenti se ha parlato, con quella onestà intellettuale che considera una  bandiera e ha contrapposto, in una memorabile conferenza stampa, alla “prostituzione intellettuale” del mondo del calcio. 
Per batterci devono farci giocare in sei - ha detto subito dopo il pareggio tra l’Inter e la Sampdoria, segnato dall’espulsione quantomeno dubbia di due giocatori nerazzurri. Un concetto che aveva già espresso dopo il derby con il Milan, vinto nonostante un uomo in meno per un’altra espulsione. E’ spiritoso, il Mou. Dopo  una vittoria della Juventus per un rigore graziosamente concesso dopo un fallo fuori area,  ha spiegato che i bianconeri sono  l’unica squadra d’Italia che gioca con un’area di venticinque metri. E anche un po’ altezzoso. Tempo fa ha invitato un giornalista, che lo attaccava  per la formazione mandata  in campo, a metterne giù una lui prima della partita, invece di criticarla dopo. Quando quello gli ha risposto che lo avrebbe fatto se gli avesse dato una parte dei suoi nove milioni di ingaggio, gli ha fatto notare che i milioni erano undici, e arrivavano a quattordici con gli sponsor. Forse non elegantissimo, ma efficace, soprattutto se lo confrontiamo con i  suoi colleghi, che dopo ogni partita si sottopongono annoiati al fuoco di fila delle domande di perfetti incompetenti, innamorati del microfono e accecati dal tifo. Si vede che la pensano esattamente come lui, ma che per quieto vivere preferiscono abbozzare.  Lo spettacolo deve andare avanti, meglio non farsi troppi nemici.
Mourinho, invece, di nemici ne ha tanti.  I tribunali sportivi lo multano una domenica sì e l’altra anche, con motivazioni che vanno dalle frasi ingiuriose ai giudizi lesivi della reputazione di arbitri e istituzioni. Gli altri allenatori lo detestano. I calciatori, che da piccoli insieme ai dribbling e agli stop hanno imparato l’arte del tacere, si ritrovano completamente spiazzati quando critica i loro comportamenti dentro e  fuori dal campo. I giornalisti lo odiano almeno quanto lui li disprezza. Su Facebook esiste un gruppo che chiede di cacciarlo dal campionato italiano.  
Purtroppo per loro, Mourinho è anche bravo.  Molto bravo. Ha trasformato l’Inter, che era una fragile squadra di campioni  individualisti,  in una macchina da guerra piena di voglia di vincere. E ha vinto, come aveva già fatto in passato con il Porto e con il Chelsea. Dovranno sopportarlo ancora per un po’, fino a quando deciderà di togliere a loro il disturbo e a me il divertimento. 

sabato 20 febbraio 2010

Opposizione



Chi fa opposizione oggi in Italia? Opposizione vera, intendo. Opposizione capace di mobilitare sentimenti, coscienze, persone in carne ed ossa disposte a scendere in piazza per sostenere le proprie idee, anche quando queste idee possono apparire  minoritarie agli appassionati dell’ultimo sondaggio. 
La risposta, per chi come me ha sempre ritenuto che in democrazia  i partiti fossero la più compiuta  forma organizzativa di un sentire comune, è desolante. Si oppongono intere categorie di lavoratori, molti sindacati, la scuola e l’ università. Si oppongono cantanti  e attori.  Si oppongono alcuni giornali, qualcuno in modo molto duro, qualche altro in forme più blande. Ma non si oppone - o almeno non lo fa in modo chiaro e immediatamente percepibile dall’opinione pubblica - il più importante partito dell’opposizione in parlamento. 
Tutti sappiamo che il presidente della camera Fini è contrario ai modi spicci scelti da Berlusconi per picconare la struttura dello stato. Che ritiene essenziale varare una stagione di riforme condivise, e  non vuole usarle per mettere in discussione l’equilibrio tra i poteri dello stato.  Che ha una visione aperta della società, con diritti e doveri uguali per tutti, indipendentemente dal luogo di nascita.  Sui motivi delle sue esternazioni e delle sue prese di distanza dal berlusconismo imperante si potrebbe discutere a lungo. Qui importa notare che ha saputo farsi sentire, nonostante i ruoli ricoperti  nel partito della libertà e nelle istituzioni.
Che cosa sappiamo al contrario del segretario del partito democratico, Bersani? Che sta lavorando per trovare accordi elettorali con le altre forze del centro-sinistra. Che è molto dispiaciuto per la scelta della  Binetti di abbandonare il partito, incurante del fatto che l’addio della senatrice  sia stato accolto con  esultanza da tutti gli elettori del partito. Che in gioventù ha scavato nel fango di Firenze. Bersani è una persona seria, e se fossi stato un iscritto del PD avrei sicuramente votato per lui. Ma non mi sembra che abbia saputo sfruttare al meglio le occasioni offerte da un Berlusconi in evidente stato di decadenza senile e da un governo incapace di affrontare i problemi complessi di una società in crisi, primo fra tutti quello del lavoro. Chi guarda tanta TV potrebbe  obiettare, audience delle prime serate alla mano, che la chiusura di migliaia di aziende, il precariato selvaggio e il lavoro nero non appassionano  gli italiani. Ma il paese reale è un’altra cosa, e in ogni caso un serio partito di opposizione dovrebbe almeno cercare di  ribaltare la situazione, smettendola di rincorrere il centro destra sul suo terreno.  
Avete fatto caso a quanto velocemente scompaiano dall’agenda politica italiana tutti i temi che infastidiscono il governo? Qualcuno si ricorda ancora degli scontri di Rosarno?  Dei nostri soldati morti  e feriti in missioni che con la pace non hanno nulla a che fare? Della spinosissima questione della localizzazione delle nuove centrali nucleari? Di una riforma della scuola che non sta né in cielo né in terra?  E che dire del gossip? Sappiamo tutto dei pantaloni abbassati del governatore Marrazzo, e ci siamo dimenticati dei due omicidi che hanno accompagnato il tentativo di ricatto nei suoi confronti. Discutiamo appassionatamente di quello che Bertolaso ha combinato con Monica e Francesca, senza renderci conto che la gravità dell’episodio non dipende dal tipo di prestazione, ma dal fatto che qualcuno  gliela abbia pagata per ottenere dei favori. 
Questi meccanismi di rimozione collettiva  sono certamente facilitati dal quasi assoluto controllo del centro destra sulla televisione, che resta   il principale strumento di informazione degli italiani. Ma non si può dire che oggi il PD sia privo di strumenti per far sentire la sua voce. Se questa voce non si sente non è una questione di bavaglio, ma di afasia. Una afasia che a mio parere dipende dalla mancanza di una linea politica chiara, condivisa dall’intero partito e per questo immediatamente riconoscibile dall’elettorato. 

domenica 14 febbraio 2010

L'ultimo treno



Oggi voglio parlare di treni. Anzi di linee ferroviarie. Anzi di una linea ferroviaria, quella che dovrebbe unire Torino a Lione, e che nell’uso comune viene indicata al femminile come la  TAV, acronimo che in realtà significa Treno ad Alta Velocità. Una linea - lo voglio mettere subito in chiaro - che secondo me è assolutamente necessaria.
Sottigliezze linguistiche a parte, la TAV è una delle principali contraddizioni in seno al popolo della sinistra, di cui disgraziatamente faccio parte. Per un curioso accidente della storia, le responsabilità passate e presenti dei governi di  centro destra nelle scelte progettuali vengono  spesso dimenticate, e il fuoco di fila di chi è contrario alla linea si concentra oggi quasi esclusivamente sugli esponenti del centro sinistra che si sono dichiarati favorevoli a nome degli enti locali che amministrano: regione, province, comuni,  comunità montane. Ruolo importante, senza dubbio, ma non decisivo. 
Perché la decisione di creare  una rete integrata di trasporti fa parte delle linee guida approvate a suo tempo a larghissima maggioranza dal parlamento europeo, e recepite e confermate nel corso degli anni da tutti i parlamenti nazionali, a prescindere dal colore delle maggioranze. Il che dimostra, se la parola democrazia ha ancora un senso, che la maggior parte degli europei è d’accordo.  
Perché l’alta velocità e l’alta capacità ferroviaria sono uno degli elementi cardine di questa rete, che copre come una grande griglia l’intero continente. Perché in tutti i paesi, Italia compresa, i lavori sono già in corso, e in molti casi addirittura completati. 
Ma a noi - dicono gli abitanti della Valle di Susa e più in generale i No TAV - questa rete non piace. Di qui non passerà mai. E chi la vuole è un nemico del popolo. Nel corso del tempo le ragioni della loro opposizione sono cambiate. All’inizio dicevano che i treni superveloci avrebbero fatto troppo rumore.  Poi che c’era il pericolo del radon. Poi che scavando una galleria nella montagna si sarebbe trovato l’amianto. Purtroppo per loro, chiunque può facilmente  confrontare il rumore di un treno superveloce con quello di un treno tradizionale. Chiunque può scoprire, con una semplice consultazione  di Google,  che in moltissime cantine poco aerate ci sono alte concentrazioni di radon.  E,  senza andare troppo lontano dal Piemonte, chiunque frequenti la Liguria può  rendersi conto di come si possano scavare decine di chilometri di nuove gallerie senza troppi danni per l’ambiente e per la salute dei lavoratori.
Così i No TAV  hanno cambiato bersaglio. Adesso vengono messi in discussione i costi dell’opera e i suoi futuri benefici, e si punta il dito contro il poco trasparente sistema delle progettazioni e degli appalti.  Discutere di costi e benefici è assolutamente legittimo, e alcuni degli argomenti introdotti hanno una loro validità. Peccato, come ricordavo prima,  che la decisione di costruire la rete sia stata presa a livello europeo,  che questa costruzione sia stata finanziata in gran parte con fondi europei, e  che in molti paesi  sia già in fase avanzata di realizzazione.  Per tirarsi indietro adesso un paese come il nostro,  che crede o dice di  credere nell’Europa, dovrebbe come minimo indire un referendum a livello nazionale. Ma tra le innumerevoli richieste dei No Tav quella del referendum curiosamente non c’è.  Proviamo un po’ a chiederci perché.
E veniamo all’ultima obiezione.  Non sono un ingenuo. Le grandi opere in questo paese sono state quasi sempre un festival della tangente, dello spreco e del disinteresse  nei confronti delle popolazioni coinvolte loro malgrado nei lavori.  Ma questa non mi sembra una buona ragione per rinunciare a priori a realizzarle.  Limiamo fino all’ultimo secondo possibile le scelte progettuali. Costringiamo istituzioni e imprese  a lavorare  al meglio delle loro possibilità, coinvolgendo gli abitanti della valle di Susa nelle decisioni  più critiche, e garantendo gli opportuni indennizzi là dove l’interesse collettivo cozza con quello individuale. Mettiamo le autorità  di controllo in grado di agire con tempestività. E quando dico controllo non intendo soltanto un controllo di tipo tecnico: la  magistratura può fortunatamente ancora dire la sua, come hanno scoperto recentemente gli amici di Bertolaso.  
Ma alla fine facciamola, questa benedetta linea, perché il nostro  paese non può permettersi di perdere il treno dell’Europa.

domenica 7 febbraio 2010

Il mio partito



Sono di sinistra, e me ne vanto. Ma il tempo passa, e continuo a non trovare quello che cerco: un partito che mi rappresenti senza farmi troppo soffrire. Non è necessario che sia grande, perché non ho mai condiviso la vocazione maggioritaria che ha portato il PD al disastro. Però lo vorrei serio, attento a quel che accade al di fuori degli angusti confini italiani, e guidato da persone non disposte a barattare la coerenza della linea politica con il primo assessorato disponibile. 
Nel dettaglio.
Vorrei un partito che dica chiaramente che non è possibile  scendere a patti con Berlusconi. Non per odio ideologico nei suoi confronti, ma perchè sta portando il paese in una direzione sbagliata. Sul piano internazionale il nostro primo ministro dimostra una totale incomprensione di quello che sta accadendo nel  mondo globalizzato e una preoccupante  tendenza a schierarsi a fianco dei peggiori. Sul piano interno sta demolendo non soltanto le basi dello stato sociale, ma anche le più elementari forme di controllo democratico del potere. Per di più lo fa in modo confuso, senza rendersi conto che le ricette neoliberiste sono vecchie, inadatte a fronteggiare i problemi e potenzialmente in grado di  crearne di nuovi. Le tensioni e i conflitti che da sempre accompagnano il massicco ricorso a strumenti di “deregulation” sono esattamente il contrario di quello che serve oggi.
Vorrei un partito che fosse propositivo, e saldamente ancorato a una visione del mondo propria della sinistra. Che a differenza di tanti non ritengo superata nel suo assunto fondamentale: gli uomini nascono uguali, ma questa  uguaglianza è continuamente messa in discussione nel loro vivere sociale. Per questo  servono contrappesi e garanzie. Per fare qualche esempio, una scuola pubblica di livello adeguato, un servizio  sanitario pubblico di qualità, un efficiente sistema pensionistico pubblico. L’elenco potrebbe continuare con i trasporti,  le reti di telecomunicazioni, l’acqua.  E ogni volta  ricorrerebbe l’aggettivo “pubblico”, oggi ritenuto dai più sinonimo di inefficienza e spreco. Bene, io vorrei che questo partito ribadisse con orgoglio, in ogni possibile occasione, che il “pubblico”  non può essere gettato via come acqua sporca. Può e deve convivere con quel “privato” che oggi viene ossessivamente riproposto come l’unica risposta possibile ai mali del sistema. Ma chi sono  i veri privati in una Italia  dove il sistema industriale e le banche  considerano assolutamente   naturale  privatizzare gli  utili e socializzare le perdite?
Vorrei un partito che avesse una idea forte dello stato. Uno stato forte non significa uno stato autoritario, ma  consapevole del proprio ruolo, nel pieno rispetto dei diritti dei cittadini e delle regole del gioco, che dai tempi di Montesquieu si basano sull’equilibrio dei poteri.  Oggi purtroppo la tentazione di far saltare questo equilibrio non è soltanto di Berlusconi. C’e’ per fortuna  una parte della maggioranza che non è  d’accordo con lui. Ma c’è anche una parte della minoranza che ne condivide l’ insofferenza verso i  poteri di controllo, primo fra tutti quello giudiziario. Non si spiegano diversamente l’opacità di qualche recente scelta parlamentare, le reticenze di alcuni, le prese di posizione per molti versi incomprensibili di altri. E a proposito  di giustizia, vorrei un partito che la smettesse di rincorrere la destra sul tema della sicurezza. Che è ovviamente importante, ma non può essere affrontato e risolto al di fuori di un discorso più generale sulle ingiustizie sociali. E’ più grave un furto o una evasione fiscale? Una truffa o un falso in bilancio? Un lavavetri  clandestino all’incrocio  o un delinquente italiano che non va in galera perchè può pagarsi gli avvocati giusti e in qualche caso anche i giudici? 
Vorrei un partito che non considerasse i potenziali elettori dei perfetti imbecilli da abbindolare con slogan, ipocrisie o vuoti giri di parole. Un esempio soltanto,  su un tema che per me è fondamentale:  la pace e la guerra. Ovunque ci siano italiani in armi  che uccidono e vengono uccisi c’è una guerra, non una missione di pace. Forse giusta, ma pur sempre guerra.
Vorrei un partito attento ai temi dell’ambiente, oggi più che mai connessi con quelli dell’energia. L’energia pulita, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, non passa attraverso la fissione nucleare. Allo stesso modo, nessuno riuscirà mai a convincermi che un treno veloce  inserito in una rete di trasporto europea possa danneggiare un paese che trasporta quasi tutte le merci su gomma, intasando strade e autostrade e avvelenando la sua aria. E a proposito di Europa, vorrei un partito che ci credesse davvero, e lo dimostrasse non mandando a Bruxelles soltanto le mezze calzette e i trombati delle elezioni nazionali.
Infine,  vorrei un partito insieme agile e strutturato. Agile nell’azione, nella gestione della vita democratica interna e nelle  trattative con le altre forze politiche in campo, che dovrebbero avere al centro non i posti da occupare, ma le cose da fare insieme.  E strutturato, perchè in queste trattative le idee non vengano stravolte,  e gli obiettivi politici dimenticati. E’ la chiarezza, infatti, la condizione necessaria  per riconquistare  alla politica quell’enorme bacino di elettori, per lo più giovani, che oggi se ne sta  ai margini non per disinteresse, ma per disgusto.