sabato 27 marzo 2010

Piemonte al voto



Domani si vota in Piemonte. Spero che vinca Mercedes Bresso - darò il mio voto a lei e alla sua lista - ma so  che la sfida è incerta. Cota, lo sfidante leghista, è forte nelle province, e il vantaggio che Bresso  ha a Torino potrebbe non bastare a colmare la differenza, come a suo tempo era accaduto quando sconfisse Ghigo, il governatore uscente del centro destra.
Però oggi non voglio parlare del voto,  ma dell'articolo “Piemonte in bilico, la Torino che conta resta fredda” uscito sul Corriere della Sera a firma di Marco Imarisio. Non perchè il Piemonte non sia in bilico, ma perchè non condivido quasi nulla della sua analisi.

A sinistra - dice Imarisio - la paura di perdere si tocca con mano. Difficile negarlo. Ma non è necessario essere un fine analista per sapere che in  tutte le elezioni chi  governa teme di perdere, e chi è all’opposizione spera di vincere. Questo è tanto più vero in una regione come il Piemonte, dove l’equilibrio tra il centro sinistra e il centro destra è quasi fisiologico. Così come è tutto sommato fisiologico il “soccorso” della Fiom alla governatrice uscente, che Imarisio annota con una punta di malcelata disapprovazione.  Anche a non voler considerare  tutto quello che ha fatto in questi anni la regione per contenere  gli effetti della crisi dell’auto sull'occupazione, a me  parrebbe assai curioso che i leader dei metalmeccanici piemontesi appoggiassero un centro destra con  idee così diverse dalle loro in materia di politiche del lavoro.  E questo a prescindere dal fatto incontestabile che molti operai siano affascinati dalla lega.

Perché poi dire  che la campagna elettorale piemontese  non è stata un bello spettacolo? Uno dei motivi - secondo Imarisio - è che la TAV e le infrastrutture sarebbero state messe nel cassetto con mossa bipartisan. Che doveva  fare Bresso? Ha ripetuto in tutte le salse e in tutte le occasioni, sfidando l’impopolarità in Val di Susa - ma non nel resto del Piemonte - che la regione è favorevole all’alta velocità ferroviaria. Con tutte le necessarie mediazioni, con tutte le necessarie garanzie per la popolazione e per l’ambiente, ma favorevole. Io non ho sentito parole altrettanto nette da Cota. Ma quello è un problema suo e eventualmente di Imarisio.

Capitolo sanità. Se ne è ampiamente dibattuto, ma a Imarisio non sono piaciuti i toni e si è spinto  a definire la discussione una rissa a carattere etnico tra Piemonte e Lombardia. A me pare  che si siano civilmente  contrapposti due modelli di sanità, quello pubblico che attualmente vige in Piemonte, e quello più orientato al privato che vige in Lombardia. Non può essere semplicemente che  ai  piemontesi le cose stiano bene così, visto che i conti sono in ordine e i gli ospedali tutto sommato funzionano? La questione peraltro va oltre la destra e la sinistra: il modello Formigoni non piaceva neppure a un politico di centro destra come Ghigo, che nei  suoi  dieci anni di governo si guardò bene dall’applicarlo. 

Capitolo “ceti produttivi”. Uso le virgolette, qui e in seguito,  perchè si tratta di citazioni. Imarisio  si riferisce, con una estrapolazione a dir poco ardita,  ai “partecipanti al tradizionale dibattito all’Unione industriale,  dove i nomi degli assenti erano molto più significativi della lista dei presenti”, e  chiede Il motivo di queste assenze a “una delle voci più ascoltate e libere del centro destra torinese”, tal Bruno Babando,  direttore di uno dei giornali on line meno cliccati  della regione.  Ottenendo  la seguente risposta: “In un mondo che va verso il centro, la scelta è caduta su due candidati radicali. Bresso lo è per le sue idee, Cota perchè la lega, almeno qui a Torino, soffre ancora di una marginalità strutturale. Inevitabile il disinteresse dei centri di potere cittadini”.  Dove è difficile capire, nell’ordine, che cosa sia il centro, quali siano le idee radicali di Bresso, e in che cosa consista la marginalità strutturale della lega, visto che sta per raccogliere  una barca di voti. Anche sul  vero potere a Torino, poi, vi sarebbe di che discutere  dopo la crisi della Fiat versione Elkann  e del San Paolo assorbito da Intesa. Ma tant’è.

Imarisio chiude l'articolo con un accenno a “Torino, villaggio di Asterix del centro sinistra, e al suo capo Sergio Chiamparino, convitato di pietra  nella contesa tra Bresso e Cota”.  L’ipotesi che Chiamparino potesse candidarsi alla carica di governatore aveva trovato qualche mese fa un certo numero di sostenitori. Giusta o sbagliata che fosse, era stata discussa e accantonata. Bresso ha costituito  la sua coalizione, allargandola anche a un partito come l’UDC, che non faceva parte della maggioranza uscente. Comunque vadano le cose per lei e per il centro sinistra, meglio guardare avanti che indietro. Senza convitati di pietra o presunti tali.

martedì 23 marzo 2010

Un ordine da cambiare


A maggio i giornalisti italiani saranno chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti nell’ordine nazionale e in quelli regionali. Tradizionalmente l’appuntamento non appassiona la categoria. Soltanto una piccola parte dei centomila iscritti - avete letto bene, tra professionisti e pubblicisti siamo più di centomila - va a votare per questo organismo di autogoverno, regolato da una vetusta  legge del 1963. Ma questa volta  le elezioni hanno un significato particolare: Reporters sans frontieres ha retrocesso il nostro paese al quarantanovesimo posto nella classifica della libertà di stampa.  Nel  2007 eravamo trentacinquesimi, ma da allora - secondo il rapporto 2009 di questa organizzazione internazionale indipendente - il controllo di Berlusconi sulle televisioni si è accentuato, il suo  conflitto di interessi non è stato risolto, e non si sono combattute la concentrazione delle testate e le  distorsioni  del mercato pubblicitario. Il rapporto è inoltre preoccupato per le  proposte di legge che mirano ad impedire la pubblicazione di intercettazioni ed atti processuali, e per le continue intimidazioni  della criminalità organizzata nei confronti dei cronisti. Nulla dice  del bavaglio imposto da una commissione parlamentare alla televisione pubblica in vista delle prossime elezioni, perché troppo recente. Ma è facile immaginare che nella classifica del 2010 anche questo conterà.

Ora, se è vero che non tutti i giornalisti italiani condividono una analisi così pessimistica, è anche vero che il disagio della categoria è palpabile e trasversale. La perdita di credibilità è un problema generale, che non dipende soltanto dagli ultimi clamorosi episodi di servilismo, disinformazione e killeraggio politico.  Il male vero, profondo, difficile da estirpare, è la rinuncia ad una informazione degna di questo nome, che non si limiti a registrare  fatti, dichiarazioni  o peggio ancora  comunicati stampa, ma cerchi di spiegare la genesi e le motivazioni degli avvenimenti. L’informazione non è comunicazione. I giornalisti non sono megafoni o registratori. Troppi se lo sono dimenticato, ma per fortuna sta crescendo il numero dei colleghi che sono preoccupati.
Che fare allora? Sembra vano sperare nell’aiuto della politica, che guarda all’idea di un giornalismo forte e indipendente con un fastidio davvero bipartisan. E d’altra parte non possiamo restare fermi, in attesa di farci spazzare via dalle nuove forme di giornalismo diffuso, dalle immagini di youtube, dal passa parola attraverso i social-networks.  C’e’ ancora spazio in questo mondo complicato per professionisti che raccolgano le notizie,  le controllino  e le diffondano in modo corretto. 
Con tutti i suoi difetti l’ordine ha garantito in passato che ciò avvenisse, tutelando non soltanto i singoli colleghi nei confronti degli abusi degli editori e dei direttori di testata, ma anche i lettori e gli spettatori.  Di una notizia falsa un giornalista  rispondeva non soltanto sul piano penale, ma anche su quello deontologico, con sanzioni che potevano andare fino all’esclusione dalla professione. 
In teoria è ancora così. Ma in questi ultimi anni  le maglie si sono allentate, e l’ordine nazionale, governato da eterogenee maggioranze dove hanno assunto un ruolo preponderante colleghi che poco hanno a che fare con la professione,  sembra essersi trasformato in una gigantesca macchina per la gestione di carriere e privilegi. Emblematico qualche anno fa il caso di un importante giornalista reo confesso di essere stato a libro paga dei servizi segreti. L’ordine lo sanzionò con il buffetto sulla guancia di una  breve sospensione. Per arrivare alla sacrosanta  radiazione fu necessaria una  dura sollecitazione del magistrato che per legge controlla l’operato del consiglio.
E’ tempo di cambiare. Ed è per questo, dunque, che l’appuntamento elettorale di maggio è importante.  Tutti coloro che a diverso titolo sono preoccupati, tutti coloro che hanno a cuore le sorti di quello che ci ostiniamo  a considerare il mestiere più bello del mondo, dovrebbero secondo me impegnarsi in una campagna elettorale che riporti al centro dell’attenzione i problemi veri del giornalismo italiano. Non sarà facile, anche perchè  il sistema elettorale non aiuta. Ne parlerò in una prossima occasione.

domenica 21 marzo 2010

Par condicio


Par condicio. La scorsa settimana ho parlato della manifestazione della sinistra. Oggi parlo di quella della destra. Niente numeri:  dei duecentomila dichiarati allora e del  milione dichiarato ieri chiunque può farsi una idea guardando le immagini dall’alto delle rispettive piazze. Ma qualche considerazione di ordine più generale.
Era indetta per difendere le regole, la manifestazione di piazza del Popolo. Attenta ai problemi reali del paese, il lavoro, la sanità, la scuola.  Desiderosa   di costruire  una Italia meno plumbea e meno chiusa in se stessa, anche se i diversi accenti  nei discorsi degli  oratori hanno dimostrato che una sintesi unitaria e un leader in grado di incarnarla ancora non ci sono.  
Ieri in piazza San Giovanni il leader c’era, eccome se c’era. Un padrone di casa quasi imbarazzante nel costringere i candidati del suo partito a un giuramento da caserma, senza freni nell’attaccare i nemici:  la sinistra, i giudici, e più in generale tutti quelli che non gli consentono di governare come vorrebbe, a cominciare dal presidente della Repubblica. Ha fatto quello che gli riesce meglio, Silvio Berlusconi. Si è dimenticato di essere il capo di un governo che dispone della più solida maggioranza parlamentare della storia della repubblica. Si è dimenticato dei problemi dell’economia, di uno stato a pezzi, dei disastri ambientali, della perdita di credibilità a livello internazionale. Si è dimenticato di tutto quello che lo ha disturbato in questi mesi , e ha presentato le prossime elezioni come un ennesimo referendum sulla sua persona, una scelta tra amici e nemici della libertà, un ostacolo da superare per avviare una vera stagione di riforme. E’ una strategia rischiosa, perché alza la posta in gioco. Ma il fatto che l’abbia  decisa  indica  che nel centro destra l’inquietudine va oltre  la grottesca vicenda delle liste non presentate. Scendendo in campo in prima persona Berlusconi sta evidentemente tentando di ricompattare attorno a sé un partito che non è mai sostanzialmente nato, dove Fini non è l’unico a prendere le distanze. E ha  due obiettivi: quello dichiarato di battere il centro sinistra  e quello inespresso, ma non meno importante, di arginare un alleato ingombrante come la Lega. 
In Italia tutte le consultazioni elettorali hanno un significato che travalica il loro ambito naturale. Oggi più che mai bisogna però essere consapevoli che nelle urne di fine marzo non si deciderà soltanto il colore di qualche amministrazione regionale. 

mercoledì 17 marzo 2010

Scacchi e giornali


Non conosco il corrispondente di Repubblica  Nicola Lombardozzi ,  che in prima pagina ci ha appena informato  della discesa in campo dell’ex campione del mondo di scacchi Anatoly Karpov a fianco dell’altro ex campione Garry Kasparov, da anni impegnato in una dura lotta  contro Vladimir Putin e il suo sistema di potere. Posso soltanto sperare che l’abbiano costretto a scrivere in fretta e furia un articolo su un argomento di cui non sapeva nulla. Perchè se affrontasse anche gli altri  con la stessa incompetenza e le stesse  imprecisioni sarei davvero preoccupato. Non per lui, ovviamente, ma per il suo giornale. 
Incominciamo dalla notizia. Anatoly Karpov, che da qualche anno è la pallida ombra del giocatore che fu, sembra intenzionato ad abbandonare l’agonismo  e a contendere al calmucco Kirsan Ilyumzhinov la presidenza della FIDE, la federazione scacchistica internazionale. Karpov ha  il sostegno di alcune federazioni occidentali, ma Ilyumzhinov  è molto forte. Un po’ perché è  in grado di finanziare importanti tornei con le sue ricchezze personali.  Molto perché è il presidente della repubblica autonoma della Calmucchia, che della Russia di Putin è una fedele alleata. In questa veste, quindi, non è sgradito alla potente federazione scacchistica russa.  
Quando descrive la  Calmucchia  Lombardozzi è abbastanza informato. E’ vero che è un paese poverissimo. E’ vero che Ilyumzhinov vinse le elezioni del 1997 con promesse mirabolanti e mai mantenute, e che da allora  lo governa in modo dittatoriale e stravagante.  E’ vero che la sua mania degli scacchi ha trasformato il gioco  in un obbligo per tutti i calmucchi. Ma come si fa a parlare di lui senza ricordare che sostiene  di essere in contatto con gli extraterrestri, e di poter comunicare con il suo popolo con la sola forza del pensiero?
Una banale dimenticanza? Forse. Ma nel resto dell’articolo le dimenticanze cedono il passo a veri strafalcioni. Chiunque conosca gli scacchi sa che Ilyumzhinov non ha mai neppure sfiorato l’ambito titolo di  grande maestro. Che il suo predecessore alla presidenza della Fide era il filippino Florencio Campomanes, e non l’inesistente russo Karpomanov. Che il contestatissimo primo incontro per il titolo mondiale tra il detentore Karpov e lo sfidante  Kasparov venne sì interrotto d’ufficio da Campomanes nel febbraio del 1985 sul punteggio di cinque a tre per Karpov, ma che nello stesso anno se ne giocò un altro con punteggio azzerato e regole diverse. Karpov lo perse rovinosamente, e dunque non restò affatto campione come scrive Lombardozzi . E che dire di Viktor Korcnoj, un  grande giocatore  che abbandonò l'Unione Sovietica  nel 1976?  Lombardozzi lo confonde con Spassky, un altro ex campione del mondo che si innamorò di una francese e si stabilì oltralpe  senza troppo clamore. Lui scelse i Paesi Bassi e in seguito la Svizzera. 
Anche  sui rapporti tra Karpov e l’allora capo del KGB e futuro segretario del PCUS Yuri Andropov, le affermazioni  di Lombardozzi sono quantomeno dubbie. Che Karpov fosse un protetto del regime è cosa nota. Che Kasparov fosse considerato inaffidabile - era nato a Baku da un padre ebreo di nome Weinstein - è altrettanto noto. Ma la sua ascesa nell’olimpo degli scacchi fu fulminea. Ebbe, al pari di  Karpov qualche anno prima,  un insegnante straordinario come l’ex campione mondiale Michail Botvinnik, di cui era ben nota la fedeltà al regime. Non gli fu mai negata la possibilità di viaggiare all’estero. Nell’ambiente molti sono convinti che questi  privilegi dipendessero proprio da Andropov, che aveva simpatia per lui. 
E veniamo alla tesi di fondo dell’articolo. Secondo Lombardozzi Karpov, sfidando Ilyumzhinov, starebbe in realtà sfidando per interposta persona Putin e il suo sistema di potere. L’equiparazione con Kasparov, che nel 2005 si è ritirato dall’agonismo e  per  condurre una battaglia politica non priva di rischi alla testa del raggruppamento politico “L’altra Russia”, è suggestiva, ma del tutto ingiustificata. 
Di Karpov non si ricordano prese di posizione politicamente significative, mentre è ben nota l’attenzione per gli  aspetti monetari del “nobile giuoco”: borse, ingaggi, diritto di immagini, percentuali sulle vendite di  libri e dvd, come è giusto che sia trattandosi di un professionista della scacchiera.
Pupillo del regime comunista, Karpov si è destreggiato con abilità almeno pari nelle pieghe dell’economia di mercato. Ed è significativo  che oggi tenti di proporsi come rappresentante delle più importanti federazioni occidentali. E’ in occidente infatti che si svolgono i tornei  con i monte premi più consistenti, ed è qui  che i migliori giocatori - quasi tutti di scuola ex sovietica - emigrano  per trovare ingaggi e occasioni di lavoro. All' occidente la satrapia di Ilyumzhinov comincia, dopo anni di benevola tolleranza,  ad andare un po’ stretta. E spera di liberarsene contrapponendogli un nome che ha un grande fascino per moltissimi scacchisti russi. 
Non so  se il nome sarà sufficiente e  se Karpov vincerà la sua ultima sfida. Ma sono ragionevolmente sicuro che quando ha deciso di candidarsi non stava pensando a Putin e al futuro della Russia.

sabato 13 marzo 2010

La diritta via


Tanto era bella piazza del Popolo a Roma con i duecentomila uniti per dire sì alle regole e no ai trucchi, tanto erano allegre e colorate  le bandiere,  tanto erano pieni di contenuti i discorsi, tanto sono patetici  i maestri del pensiero che a manifestazione ancora in corso hanno incominciato a spiegare perchè scendere in piazza è stato un grave errore. 
A dar manforte a Berlusconi, che ha parlato di “ammucchiata stravagante e contradditoria”,  sono scesi in campo sul Corriere della Sera Sergio Romano e Filippo Verderami. “Piazze piene e idee vuote” ha sentenziato il primo, mentre il secondo ha deciso che questa manifestazione “non trasmette altro che senso di smarrimento e di stanchezza”.  A lui forse. Non certo a chi ha deciso di andarci, e ai tantissimi che l’hanno seguita in  rete. 
Cerchiobottisti come sempre, Romano e Verderami criticano anche la manifestazione che la destra sta preparando per sabato prossimo. Ma questo non fa che sottolineare la loro  incapacità di cogliere la novità di piazza del Popolo. Perchè oggi i partiti del centro sinistra hanno ritrovato una sintonia con gli umori della loro gente che mancava da molto tempo. In certo qual modo sono stati costretti a scendere  in piazza, a misurarsi con le associazioni e  con una base che si muove in modo autonomo dai riti della politica tradizionale, che trova nella rete le informazioni negate dalla televisioni e forme alternative  di organizzazione. 
Nuovi  protagonisti della democrazia, capaci di dare il il loro contributo alla difesa della costituzione, svilita e deformata dalla destra. Così li ha definiti Bersani, riconoscendo che il principale partito di opposizione dovrà fare i conti con loro. E l’ovazione che ha accolto il discorso di Nicki Vendola, forse il più moderno dei leader della sinistra, dimostra che il percorso avviato in piazza del Popolo è quello giusto: unità di intenti, e grande attenzione a quell’enorme bacino di potenziali elettori che la vecchia politica ha messo ai margini. C’e’ ancora tanta, tantissima strada da fare. Ci saranno ancora errori, ritorni al passato, tentativi di ridurre il centro sinistra al consueto e perdente modello delle spartizioni e degli accordi di vertice. Ma il fatto che dall’altra parte ci sia Berlusconi dovrebbe aiutare a non smarrire la diritta via.