venerdì 22 aprile 2011

Verso il 25 aprile


Sebastiano Vallone ha novanta anni, ne dimostra settanta e parla con la lucidità e l’entusiasmo di un cinquantenne.  Attorno al tavolo del soggiorno della sua casa di Montalto Dora siamo in quattro: sua figlia Marina e il marito, mia madre e io. Ci racconta storie di tanti anni fa. Storie che avrebbero ancora molto da insegnare, se soltanto qualcuno avesse voglia di ascoltare.
Un papà ucciso dai fascisti a Spinazzola, nel 1921, quando lui aveva appena due mesi e quattro giorni. Una infanzia di duro lavoro, ospite di uno zio bracciante. Il servizio militare al nord, l’arruolamento nei carabinieri. Poi la guerra, l’otto settembre, il rifiuto di partire per la Germania e un avventuroso viaggio in treno a Torino, dove c’erano dei parenti. Qualche giorno in fabbrica, l'amicizia con Lino Catena, e la decisione di andare insieme in montagna con i partigiani, con il nome di battaglia Nuccio. In Val di Lanzo  l’incontro con Battista Gardoncini, vecchio militante comunista, che aveva una lunga esperienza nell’attività clandestina e comandava la brigata garibaldina. Mio nonno.
E’ per questo che sono a Montalto Dora, perché Sebastiano ha voluto conoscere il nipote di Battista, per raccontargli della sua capacità di coinvolgere e trascinare con le parole e con l’esempio tanti giovani che avrebbero potuto essere suoi figli.
Sebastiano parla,  a volte si commuove. Si capisce che quei venti mesi di lotta partigiana sono stati per lui, e non soltanto per lui, il periodo più importante della vita, quello che lo ha segnato per sempre. La voglia di libertà e la speranza in un mondo più giusto non lo hanno abbandonato, così come non lo hanno abbandonato la gioia di vivere e il gusto per la battuta.  
La storia dei partigiani delle Valli di Lanzo è meno nota di altre. Pochi ricordano ad esempio che per un breve periodo essi seppero controllare e gestire una zona libera che fu una vera propria spina nel fianco per tedeschi e fascisti. E che la difesero a lungo prima di essere costretti a rifugiarsi in Francia. Ecco come Sebastiano racconta uno dei combattimenti nel volume “Nuccio, il carabiniere partigiano”, curato da Norma Molinatti e Claudio Savant Aira per la collana Microstorie.
“Era in corso un tentativo di accerchiamento. Allora i nostri comandanti si sono riuniti e hanno deciso che la XI brigata Garibaldi doveva occupare e sbarrare il passo della Croce per evitare l’accerchiamento. E così abbiamo fatto. Sulla cresta ci siamo divisi. Per non restare tutti ammucchiati mettevamo un uomo ogni dieci metri, abbiamo fatto un fronte lungo. Siamo arrivati in cima che cominciava l’alba, abbiamo camminato tutta la notte. Gardoncini parlava con tutti, tranquillizzava, controllava gli appostamenti, parlava con i tre caposquadra, ci chiedeva come era il morale degli uomini. Lui ha dato l’ordine di non sparare fino a quando non dava il via”. 
Alla fine il nemico arriva. Ancora Sebastiano:
“Erano tutti fascisti. I tedeschi avevano paura delle imboscate, e allora mandavano su gli italiani. Gardoncini ripeteva “ragazzi non sparate, le munizioni sono contate”. Intanto i fascisti avanzavano, erano a una cinquantina di metri e l’ordine non arrivava. Loro erano convinti che fossimo già andati via, che fossimo scappati in Francia. Eravamo bravi, il nostro compito lo svolgevamo bene. Secondo me erano arrivati ai trenta metri, non di più, quando Gardoncini ha gridato “fuoco”. Ne è rimasto in piedi uno solo”.
Pochi giorni dopo, però, i partigiani sono costretti a ritirarsi in Francia. Nella ritirata mio nonno viene catturato, e sarà fucilato a Torino il 12 ottobre del 1944. 
Nuccio, con il suo amico Catena, si nasconde in valle e qualche tempo dopo riceve l’ordine di tornare a Torino, per preparare l’insurrezione. Verso la fine di marzo lui, Catena e il comandante Giulio Berardengo hanno un appuntamento nei pressi di corso Regina Margherita con una quarta persona, che si presenta con il volto tumefatto in compagnia della polizia. 
“Era un traditore  - commenta asciutto Sebastiano - ma poi lo abbiamo perdonato. Le torture sono brutte”. Berardengo viene ucciso poco dopo l’arresto. Sebastiano e Catena finiscono prima all’Hotel Sitea, dove operava un distaccamento fascista, poi nella famigerata caserma di via Asti.
“Non devi pensare a particolari torture. Guarda che soltanto picchiarti sulla faccia con schiaffi...bastano cinque o sei minuti di fila. Ti viene la faccia che bolle, io l’ho provato. Poi c’erano i pugni. Guarda il mio naso, non è diritto giusto. Schiaffi e calci nel sedere. Per fortuna non erano tutti i giorni. Ci chiedevano notizie sui partigiani, quanti erano, dove erano posizionati, come si chiamavano i comandanti. Io rispondevo sempre che non ero partigiano. Anche Lino Catena diceva così. Quando vedevano che non usciva niente ti riportavano nel camerone”.
I due amici sono convinti di morire, poi hanno la fortuna di essere trasferiti alle Nuove, dove il 28 aprile saranno liberati dalle formazioni partigiane scese in città.
Pochi giorni dopo Sebastiano scopre che uno dei fascisti di Spinazzola che aveva fatto parte della squadra degli assassini di suo padre vive a Torino.  I compagni sono convinti che lo voglia uccidere. Lui si presenta disarmato a casa sua, lo porta nel vicino commissariato, chiede e ottiene che venga arrestato. Per quindici giorni lascia in sospeso la sua sorte. Poi incontra la figlia del fascista, e le dice che risparmierà suo padre, anche se non potrà mai perdonarlo. Lo salverà  perché non vuole che lei soffra come ha sofferto lui restando senza padre. E lo farà  perchè lui, Sebastiano, è un partigiano comunista garibaldino. Se ne ricordi sempre. La denuncia viene ritirata. Il fascista torna in libertà.
Sessantasei anni dopo, nel suo salotto di Montalto Dora, Sebastiano Vallone detto Nuccio, carabiniere partigiano, mi guarda e mi chiede se ha fatto bene. Per un attimo non so che cosa rispondergli. Poi gli dico sì.

2 commenti:

  1. La storia di Sebastiano Vallone, la sua fermezza morale e la sua profonda umanità mi hanno commosso. Ho pensato a mio padre. Ho pensato ai valori che questi uomini ci hanno trasmesso e che noi abbiamo tradito consegnando il Paese a piccoli satrapi avidi e immorali.
    Grazie, Battista e buon 25 aprile a tutti!
    Carlo Zorzi

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  2. Mi chiamo Costantino, e grazie alla mia compagna che vive a Montalto dora, ho conosciuto Sebastiano nell'occasione dei suoi 90 anni, non sapevo chi fosse e che vita avesse avuto, ma subito ho capito di trovarmi di fronte ad un vero eroe. Io figlio di un nipote di un tenente colonnello dell' aeronautica ai temi di Dannunzio sapevo con quale ardito coraggio questi uomini affrontavano il pericolo, a volte a scapito della vita stessa, ho voluto sedermi ad un tavolo con Lui, e fare domande, poi domande e domande ancora che nessuno trova piu il tempo di fare, o fosre perche sembra tutto così lontano, peggio inutile. Più parla e più capisco quanto questo mondo, abbia bisogno di queste testimonianze, generazioni di giovani senza fede, speranza e ancor peggio incapaci di parteggiare.
    Grazie Sebastiano

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