martedì 14 giugno 2011

Oltre


Non neghiamolo. Ci speravamo, ma non eravamo affatto sicuri di farcela. E invece, come ha titolato il Fatto Quotidiano, 26.857.452 italiani hanno detto basta. Basta con il nucleare, con l’acqua regalata ai privati, con il legittimo impedimento. E basta anche con Berlusconi, che sembra avviato a ripercorrere fino in fondo la strada del suo amico Bettino. Come lui aveva invitato gli elettori ad andare al mare. Come lui, senza la protezione delle leggi ad personam, dovrà prima o poi fare i conti con la giustizia. Come lui potrebbe preferire l’esilio alla galera.
Ma noi che resteremo qui, in questo paese bellissimo e sinistrato dall’incuria, dal malaffare e dalla speculazione, dobbiamo avere ben chiaro che il voto di quei ventisei milioni e rotti non può essere circoscritto ai pur importanti quesiti referendari, e neppure ad un sacrosanto disgusto per la banda del buco che ci governa. E’ un voto positivo, per le circostanze che lo hanno reso possibile e per le energie che ha messo in movimento. Un voto, per dirla come Bersani, che va oltre. 
Come già era accaduto per Milano e per Napoli, la mobilitazione referendaria ha coinvolto forze nuove che si sono organizzate in modo nuovo, frantumando con la forza della rete le barricate del potere. Giovani e meno giovani hanno ritrovato quel gusto per la politica che negli ultimi anni, complice anche l’incapacità del centro sinistra di proporsi come alternativa credibile, si era trasformata in disaffezione. Altri protagonisti sono comparsi sulla scena, e la calcano con una  sicurezza che i vecchi non possono più avere, perché non sanno interpretare le esigenze e le speranze degli elettori.
I referendum sull’acqua sono da questo punto di vista straordinariamente significativi. Li ha voluti il variegato universo dell’associazionismo. Le  firme sono state raccolte sfidando l’ostilità e l’indifferenza dei partiti maggiori, e perfino negli ultimi giorni di campagna referendaria non sono mancati autorevoli esponenti del centro sinistra che si sono detti favorevoli alla privatizzazione degli acquedotti “perché il settore pubblico non ha le risorse per gestirli”. Il che purtroppo è vero, ed è noto anche agli oltre 26 milioni di italiani che hanno votato sì. Ma loro, a differenza di quegli autorevoli pensatori, sono convinti che il problema stia proprio in quella mancanza di risorse. Da troppo tempo, in Italia, si è cercata la via di uscita dalla crisi del mondo globalizzato smantellando il welfare, svendendo i beni pubblici a privati che si comportano come banditi di strada, e considerando una bestemmia qualunque tipo di richiamo a regole condivise.  
Il basta che il paese ha gridato per  difendere l’acqua bene comune è anche un basta in difesa della scuola, della sanità, delle pensioni, e di tutti gli altri servizi pubblici sacrificati sull’altare di un neoliberalismo sempre più aggressivo e sempre meno capace di dare risposte ai problemi della società. E’ un basta che i partirti del centro sinistra devono avere il coraggio di fare proprio, riconoscendo gli errori del passato e accettando la lezione degli elettori.

mercoledì 8 giugno 2011

Un voto per cambiare


E’ un film già visto. Dopo aver vinto la battaglia delle elezioni amministrative, sembra che la sinistra si stia  mobilitando per perdere la guerra delle politiche prossime venture. E se per caso non ce la farà, la colpa sarà tutta o quasi di un centro destra allo sbando, dove fini strateghi come Alfano e Giuliano Ferrara stanno mettendocela tutta per rendere Berlusconi ancora più impresentabile di quanto non appaia di suo. Il centro, annichilito dall’ennesima batosta elettorale, tace in attesa di arraffare  qualche  poltrona da una parte o dall’altra. E anche questa non è novità.
Ma torniamo alla sinistra. Ha incominciato Grillo, con un “Pisapippa” che non è piaciuto nemmeno ai più impolitico dei suoi sostenitori. Vendola, mi spiace dirlo, ha dato un bel contributo con un discorso inutilmente barricadero in quel di Milano. Dimentico dei grattacapi che ogni giorno gli procurano gli eterni duellanti D’Alema e Veltroni, Bersani ha deciso che Vendola è inaffidabile. Di Pietro non ha ancora risolto il problema di un partito inesistente e non fa salti di gioia per il successo dello storico rivale De Magistris.  Il tutto mentre i sindaci neoeletti cercano di formare le giunte destreggiandosi tra gli appetiti delle correnti, e in televisione ricompaiono i disastrosi protagonisti dell’ultima  infelice stagione di Prodi, con la sola eccezione di Pecoraro Scanio.  Non è detto però che nei prossimi giorni non parli anche lui.
Le scosse di Milano e di Napoli sono state forti, e hanno dato una chiara indicazione delle nuove strategie - e dei nuovi modelli organizzativi -  che una sinistra degna di questo nome dovrebbe adottare per mobilitare un elettorato stremato da diciotto anni di berlusconismo. Invece i vecchi gruppi dirigenti sembrano preoccupati soltanto della propria sopravvivenza politica. Il patetico  tentativo di attribuirsi il merito della vittoria è irritante, ma tutto sommato non pericoloso. Ben diverso il discorso se riusciranno a riprendere il controllo della situazione, riproponendo, insieme alle facce, anche gli errori e le ambiguità del passato. 
Per questo l’appuntamento referendario di domenica e lunedì è particolarmente importante. Non è un mistero che una parte consistente del centro sinistra lo abbia subito, e che sul nucleare e sull’acqua pubblica non vi sia unanimità di giudizio. Dunque il raggiungimento del quorum sarebbe davvero un bel passo avanti sulla strada del rinnovamento. Non fosse altro perché dimostrerebbe un volta per tutte che in Italia ci sono più di venticinque milioni di persone che credono ancora in una buona politica.

giovedì 2 giugno 2011

A quando i pedofili in campo?


Pare che nelle centinaia di ore di intercettazioni  sull’ultima puntata  del calcio-scommesse vi sia anche qualche riferimento al Torino. Signori e compagni avrebbero considerato “avvicinabili” tre giovanotti della banda Cairo. Ma il condizionale è d’obbligo. Perché Signori sarà pure afflitto dalla sindrome dello scommettitore, ma di calcio se ne intende. Perché mai avrebbe dovuto pagare per avere quello che per tutta la stagione  i tifosi granata hanno avuto gratuitamente, e cioè prestazioni al limite dell’indecoroso e sconfitte garantite?
Dunque, aspettiamo fiduciosi. Nelle prossime settimane il Torino potrebbe perfino ottenere l’impossibile, una promozione a tavolino talmente immeritata da pareggiare i conti con l’immeritato fallimento che nel 2005 rigettò nel limbo della  B una squadra appena promossa in serie A.  
Ma se anche questo non accadesse, non facciamone un dramma. Gli scandali a ripetizione che hanno travagliato in questi anni il calcio italiano dimostrano che troppo spesso quel che si vede in campo è una piccola parte di un affare più grande e più sporco. Appassionarsi per la sorte di una squadra, in un mondo dove l’unico valore riconosciuto è il denaro, e dunque emergono soltanto i più  ricchi o i più furbi, è davvero difficile.
Proviamo a pensarci. Abbiamo avuto, e forse abbiamo ancora, calciatori dopati, arbitri corrotti, falsi in bilancio, contratti in nero, squadre in mano alla criminalità organizzata. Le scommesse legali e illegali hanno falsato e continuano a falsare interi campionati. Il mercato dei diritti televisivi ha stravolto i calendari, mentre tra i tifosi si annidano vere e proprie associazioni per delinquere che prima, durante e dopo le partite godono di una incredibile impunità. Mancavano fino a ieri gli avvelenatori. Ma adesso sappiamo che c’erano anche quelli, pronti ad ammorbidire i muscoli dei compagni di squadra più onesti con le bibite al sonnifero. 
A quando i pedofili in campo?

mercoledì 1 giugno 2011

Ancora un piccolo sforzo


Ancora un piccolo sforzo. Quattro sì ai referendum – la cassazione ha appena confermato che si voterà anche per il nucleare – e poi potremo dedicarci alla ricostruzione del paese devastato da diciotto anni di berlusconismo. Non sarà facile, perché i guasti sono diffusi. Non ci sono state soltanto le leggi ad personam, le discutibili scelte in campo economico, la miope e feroce gestione dei fenomeni migratori, l’inesistenza di una politica estera degna di questo nome. Era la corruzione del pensiero e delle coscienze a preoccupare di più. Una corruzione che passava  attraverso l’imposizione dei modelli e dei valori della televisione unica,  e proprio per questo sembrava  avere coinvolto tutto e tutti. Ed è quasi con sorpresa che abbiamo assistito agli straordinari risultati  del voto amministrativo, alla vittoria di candidati molto diversi gli uni dagli altri - basti pensare alle storie personali di personaggi come Pisapia e  De Magistris -  ma accomunati da una idea di rinascita morale prima ancora che politica. Segno che da qualche parte si sono sviluppati gli anticorpi, e che non tutto è perduto.
Tra meno di due settimane avremo l’occasione di confermare che il vento sta davvero cambiando. Raggiungere il quorum non sarà facile, anche perché  all’interno del centro sinistra non mancano coloro  che preferirebbero  una campagna referendaria dai toni soft nel timore di subire i contraccolpi di una possibile sconfitta. Guarda caso, sono gli stessi che si sono battuti contro le candidature di Pisapia e De Magistris. Gli stessi che abbiamo visto con sgomento resuscitare  nelle maratone televisive sull’esito del voto, dove si sono impunemente riproposti come possibili protagonisti della nuova stagione.
Invece quei quattro sì sono fondamentali. Intanto sul piano dei contenuti: del legittimo impedimento non è neppure il caso di parlare, ma  fermare lo sgangherato  nucleare italiano dopo Fukushima sarebbe soltanto l’inizio di  un serio ragionamento sul futuro dell’energia, mentre  difendere l’acqua pubblica vorrebbe  dire rimettere in discussione, per la prima volta dopo anni, la politica di privatizzazioni selvagge che ha ceduto il controllo della nostra economia a poche decine di furbetti del quartierino. Ancora più importante sarebbe però il significato politico di un quorum raggiunto su quesiti voluti dai cittadini, con firme raccolte nell’indifferenza della politica tradizionale, e sfruttando al meglio quello straordinario strumento di democrazia che è la rete.
In altre zone del mondo la protesta ha vinto così, e sono caduti i dittatori. Noi siamo più fortunati, più ricchi, più liberi. Dimostriamo di meritarcelo