domenica 6 maggio 2012

I segreti di Romiti




Trovavo antipatico Cesare Romiti quando era al vertice della Fiat, e il libro che ha appena pubblicato con  Longanesi non mi ha fatto cambiare idea. “Storia segreta del capitalismo italiano”, scritto con Paolo Madron, non restituisce al lettore tutte le promesse del titolo: ci sono evidenti omissioni - la più macroscopica riguarda la Fiat di Marchionne - e alcuni momenti cruciali della nostra storia economica politica e finanziaria vengono trattati con troppa leggerezza. Ma il libro va letto, perché Romiti, lucidissimo ottantanovenne, si concede qualche libertà di giudizio e anche un certo grado di sincerità. Non pieno, perché l’uomo tiene famiglia e non ha perso il gusto degli affari, ma comunque insolito.
Che le fortune di Romiti dipendessero dal suo strettissimo rapporto con Cuccia, signore e padrone di Mediobanca, era cosa nota. E dunque non è strano che la figura del banchiere giganteggi, così come accade per Gianni Agnelli, l'uomo che lo volle alla guida della Fiat, di cui però Romiti ricorda sornione anche la straordinaria propensione ad annoiarsi: "cinque minuti di conversazione  e l'attenzione non c'era già più".
Meno scontata la fascinazione per Raul Gardini, l’uomo che volle diventare il re della chimica italiana, fu coinvolto in Mani Pulite - come peraltro lo stesso Romiti - e finì tragicamente i suoi giorni con un suicidio mai considerato tale dai famigliari. Meno scontata, ma in fondo comprensibile, perché Romiti, di modeste origini,  ha sempre avuto un debole per le luci della ribalta e l’esteriorità in cui Gardini eccelleva. 
Bei vestiti, belle case, belle donne. Qua e là nel racconto si trovano le tracce di queste umane debolezze, insieme a qualche  imperdonabile caduta di stile.  A Romiti non piace la triste casa del governatore della banca d’Italia Fazio, e non vorrebbe viverci. Romiti giudica le persone dalle scarpe, che non devono essere a punta.  Romiti si offende perché nella festa per i cento anni della Fiat non è al posto d’onore, anche se ne è uscito da un anno. Romiti ci informa che in Fiat una segretaria era costretta  a regolare il traffico delle signore desiderose di incontrarlo. Una notizia che  aggiunge ben poco  alla storia  segreta del capitalismo italiano, e molto sul suo narcisismo. 
Poi ci sono le antipatie. Quella nei confronti di De Benedetti è nota, ma temperata dall’ammirazione per l’abilità dell’avversario. A Montezemolo invece Romiti non fa sconti: spiega che l’uomo è bugiardo e anche incapace, e fa perfidamente notare che dopo essere stato cacciato dalla Fiat fallì pure in RCS, dove era stato chiamato ad occuparsi degli audiovisivi e durò meno di un anno.  Insomma, una delle poche occasioni in cui l’uomo della storica marcia dei quarantamila  è in sintonia con i suoi operai, che affibbiarono a Montezemolo l’indimenticabile soprannome di “Libera e bella”.
E Berlusconi? L’impressione è che le interviste necessarie alla stesura del libro si siano svolte in un arco di tempo piuttosto lungo, e che i riferimenti al tramonto dell’uomo e al successivo governo Monti siano stati aggiunti all’ultimo momento. C’e’ dunque da sperare che la benevola simpatia nei confronti del peggior presidente del consiglio della storia d'Italia faccia parte di quel prudente non dire di cui parlavo all’inizio. Perché se così non fosse avremmo una ulteriore dimostrazione del fatto che anche i grandi manager possono prendere gigantesche cantonate.

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